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Итальянский с любовью. Осада Флоренции / L'assedio di Firenze

Итальянский с любовью. Осада Флоренции / L'assedio di Firenze
Итальянский с любовью. Осада Флоренции / L'assedio di Firenze Франческо Доменико Гверрацци А. В. Куняева Легко читаем по-итальянски В книгу вошел сокращенный и незначительно упрощенный текст романа классика итальянской литературы Ф. Д. Гверрацци «Осада Флоренции». Увлекательный сюжет, описание значимых исторических событий и романтическая составляющая – все это делает роман превосходным материалом при изучении итальянского языка. Текст произведения сопровождается постраничными комментариями, а также небольшим словарем, облегчающим чтение. Книга может быть рекомендована всем, кто продолжает изучать итальянский язык (Уровень 4 – для продолжающих верхней ступени). Франческо Доменико Гверрацци. Осада Флоренции / Francesco Domenico Guerrazzi. L’assedio di Firenze © Куняева А. В., адаптация текста, комментарии, словарь © ООО «Издательство АСТ», 2015 * * * Дорогие читатели! Вашему вниманию предлагается роман Франческо Доменико Гверрацци «Осада Флоренции». Написанный в период активной освободительной борьбы итальянцев за национальную независимость, этот роман не только ярко отражает патриотические тенденции своей эпохи, но и представляет собой выразительную и универсальную иллюстрацию народного героизма и любви к родине. Хронология повествования в романе связана с событиями 1530 года в итальянской истории – года осады независимой Флорентийской республики императорскими войсками и ее последующего падения и превращения в наследственную монархию. Выразительно изображенные на страницах романа защитники родной республики движимы не только любовью к своему городу, в образе республики Флоренции угадывается вся Италия, страдающая от гнета иностранных захватчиков. Поэтому именно обращение к героическому прошлому Италии, по мнению автора романа, должно было воскресить в итальянцах национальную гордость, помочь раздробленной Италии обрести единство и независимость. Помимо сцен поединков и сражений романе представлена ключевая любовная линия, изображающая любовь храброго защитника республики, сына Никколо Макиавелли Вико и самоотверженной флорентийки Анналены. История чувств главных героев, показанная на фоне событий осады Флорентийской республики, проходит через весь роман, достигая своего логического завершения в финале произведения. Данная книга соответствует четвертому уровню сложности, то есть максимально приближена к оригиналу. Чтобы ее прочитать, потребуется знание таких времен, как passato remoto, congiuntivo, condizionale. Для облегчения чтения в начале книги комментируются некоторые устаревшие формы, проставлены ударения. Но по мере углубления в текст романа пояснений становится меньше. В последних главах перед вами будет уже настоящий итальянский роман XIX века. Отдельно стоит отметить такие особенности авторского стиля, как, например, использование настоящего и прошедшего времен для описания событий в прошлом. Этот прием как бы погружает читателя в повествование. Во многих случаях используется непрямой порядок слов, что делает слог необыкновенно поэтичным. Данный текст представляет интерес не только с точки зрения истории итальянского языка и культуры, но также может весьма пригодиться при общении с итальянцами, говорящими на каком-либо диалекте. Безусловно, словарь в конце книги окажет вам большую помощь в чтении. Ударения в нем обозначены черточкой под буквой[1 - В электронной версии книги ударные гласные выделены жирным или жирным курсивом (в словаре) – прим. верстальщика]. Приятного чтения!     Автор-составитель Capitolo Primo Niccol? Machiavelli Sceso il ponte, il pellegrino cammin? per gran parte della via chiamata dei Guicciardini: gi? era prossimo alla fine del suo pellegrinaggio, quando gli parve vedere, e vide certo, una figura immobile davanti alla casa dell’amico. Si fa pi? appresso, pi? appresso ancora: quelle forme non gli sembravano ignote; esita nel ravvisarle, le ravvisa, e con tale una voce che svelava una piena immensa di affetto, una speranza adempita, forte sclam?: “Buondelmonti!” Lo sconosciuto anch’egli, quasi desto per forza, balzava indietro gridando: “Alamanni!” E l’uno nelle braccia dell’altro precipitava e sentiva sopra il suo cuore palpitare il cuore dell’amico col palpito pi? generoso che mai fosse concesso ai nati della creta. “E gi? tardammo anche troppo”, – soggiunse Luigi Alamanni; e cos? favellando[2 - = cos? dicendo; favellare = dire.] prese pel braccio il Buondelmonti e salirono. Non incontrarono nessuno n? udivano muovere passo o articolare parola: una lampada appesa alla volta della sala ardeva solitaria e prossima a morire. Percossi dallo insolito silenzio, si avvolgono per lunga serie di stanze prive di lume; alla fine giungono in parte dove vedono scaturire una striscia di luce; si accostano all’uscio ed aprono. Niccol? Machiavelli giace[3 - giacere = stare (лежать)] vicino all’ultima sua ora. Ora solenne nella quale l’anima, non bene uscita dalla spoglia mortale nе ancora volata alle dimore celesti, sembra soffermarsi sopra la soglia dello infinito, esitante tra le gioie promesse e gli effetti goduti; colloquio misterioso fra il Creatore e la creatura che nessuna mente possa comprendere, nessuna lingua descrivere, forse di amore, forse di rabbia, ma certamente pieno d’ineffabile amarezza. Un giovane di vaghe sembianze, genuflesso a canto il letto, si cuopre il volto con la destra abbandonata del moribondo e la bacia e tacito vi sparge sopra largo rivo di pianto: un dolore senza fine amaro si ostina a prorompere[4 - prorompere = dire (воскликнуть)] urtandogli impetuoso le fauci; la piet? del moribondo stringe il giovane a comprimerlo, s? che si ripiega fremente a spezzargli sul cuore, e il corpo si agita tutto di scossa convulsa. A capo del letto, dalla parte diritta, sta un frate di volto severo, stringe le labbra tra i denti, guarda il moribondo e non fa atto di piet? o d’impazienza; se non che la fronte, con vicenda continua, ora gli si corruga ed ora gli si spiana; come i nuvoli sospinti dalla bufera davanti al disco della luna, tu puoi scorgere i pensieri procellosi che l’attraversano. Appiе del letto occorreva un’altra figura vestita di corazza d’acciaro, con ambedue le mani coperte di manopole di ferro soprammesse al pomo della lunga spada; anche il suo volto rendeva decoroso largo volume di capelli cadenti, le guance rase e le labbra, la fronte purissima, dove avrebbe potuto, come sopra il santuario, deporre un bacio l’angelo della innocenza; e lui stesso sembrava un angelo che i credenti affermano vigilare intorno i letti dei giusti moribondi a respingere gli assalti dello spirito infernale. Lui, onde[5 - onde = affinchе] cara e onorata cadesse la patria tra noi, disposero i cieli ad essere il martire della libert?, l’ultimo dei generosi Italiani. Machiavelli mosse le labbra e favell?: “Io vi aspettavo: silenzio! Parole ho a dirvi degne che per voi si ascoltino, per me si favellino, nе alla umanit? nе alla patria inutili affatto e per la mia fama necessarie. La natura mi chiama, ed io sto disposto a rispondere. Perchе piangete? Chiamer? anche voi; e poich? la vecchiezza precede la morte, considero la morte piet?; io per? bene devo ringraziarla di questo, che ella non volle chiudermi gli occhi, se prima non avessi contemplato il giorno della risurrezione; adesso s? che mi sento capace davvero d’invocare col cuore il nome di Dio, poichе la mia bocca, sopra la piazza della Signoria, davanti la faccia del cielo, ha gridato: Viva la libert?!… Silenzio! onde il senno dei tempi non vada disperso. Le schiatte umane passano come ombre; se non che, prima di ripararsi sotto il manto di Dio, nelle mani delle schiatte sorvegnenti consegnano la fiaccola della scienza: a guisa del fuoco sacro di Vesta, quantunque ella muti sacerdoti, pure arde sempre e cresce nei secoli n? ormai pi? teme vento di barbarie. Accostatevi e raccogliete le estreme parole, per? che vi aprir? il mio pensiero come se fossi davanti al tribunale dell’Eterno. Voi, giovani, nei quali tutta speranza di salute riposa, restringetevi insieme; voi, Zanobi e Luigi, consigliate i nobili; voi, Dante da Castiglione (e il membruto della lunga barba rossa, sentendosi rammentare, si scosse come destriero al suono della battaglia), adoperatevi fra i popolani; badate a non lasciarvi sedurre dalle antiche rinomanze; a’ casi nuovi convengono uomini nuovi: se anima vive che valga a salvare Firenze, ? certamente quella di Francesco Carducci; a me giova indicarvelo come il nostro palladio: molto mi conforta il pensiero che al nostro scampo basta non perdere, mentre ai nemici bisogna vincere. A voi, carissimi, affido il mio nome; difendetelo voi; e se da alcuno udiete parola che rechi oltraggio alla mia memoria, pi? generosi di san Pietro, non vogliate negare il vostro maestro: dove il vitupero muova da uomo invidioso, tacete, imperocchе all’odio della mia virt? si aggiungerebbe allora l’odio che nasce dal sentirsi dichiarato iniquo; ma dove comprendiate lui essere ingannato, ditegli animosi in mio nome: Nicol? Machiavelli non insegn? ai ricchi la roba, ai poveri l’onore, a tutti la vita: sappiate volersi un gran cuore per intendere un cuore grande”. Piangevano tutti. I circostanti, il voto del moribondo adempiendo, si allontanarono dalla stanza; se non che ora l’uno, ora l’altro senza mostrarglisi, gli resero gli uffici estremi, finch?, aggravandosi il male, il giorno appresso 22 giugno 1527, quando pare che la campana pianga la luce scomparsa dal nostro emisfero, spir? la sua grand’anima Nicol? Machiavelli. Capitolo Terzo Il papa e l’imperatore Seduti entrambi, Clemente VII da un lato, Carlo V dall’altro di una lunga tavola coperta di velluto cremesino a frangie d’oro, con le insegne della Chiesa ricamate in oro; e sovr’essa carte e pergamene di ogni maniera, brevi, diplomi e capitoli quivi spiegati, quasi museo e satira delle scambievoli loro insidie, alcuni col suggello di Spagna, alcuni colle armi dell’impero, parte con le palle dei Medici, parte ancora con la immagine di san Pietro che pesca e invano rammenta al superbo pontefice la povert? della chiesa primitiva di Cristo. L’imperatore continuava dicendo: “La Francia ? giglio fragile, e la mia aquila lo ha gi? sfrondato; se non m’ingannava un mal genio, tu a quest’ora saresti, o Francesco, uno scudiero nella mia corte imperiale; la mezza luna non tanto scintilla sublime nei cieli che non valga a raggiungerla il volo della mia aquila: leopardo inglese, dacchе lasciasti comprarti le branche, apparecchiati a darmi la tua corona in cambio dei miei ducati; e tu, san Pietro, sappi che la mia testa ? capace di portare ancora… la tiara… Perchе no? Massimiliano imperatore voleva farsi papa…” “La morte! la morte!” – grid? pi? alto il pontefice negli orecchi all’imperatore. “La morte! ” – proruppe Carlo V, – “che fa a me la morte? I codardi soccombono a questo pensiero, gli animosi lo portano come una corona di fiori. ? meglio lasciare l’opera interrotta che non incominciata… I monumenti pi? grandi che il mondo conosca si devono al pensiero della morte – parlo delle Piramidi. La morte sta nelle mani di Dio, l’uso della vita in quelle dell’uomo. La mia anima abbisogna che la testa del suo corpo si posi nella vecchia Europa, il tronco in Africa e in Asia, i piedi in America. Io non anche percorsi la curva ascendente della mia vita, non giungo ancora a trent’anni; e se in questo punto mi toccasse la morte, come Cesare Augusto potrei domandare ai miei amici, ai miei nemici, a voi stessi: parvi ch’io abbia ben sostenuta la mia parte nel mondo? Le imprese da me fino a questo punto operate, se non possono la mia fama a quella di Alessandro Magno anteporre, bastano ad avvilupparmi in un sudario che mi salvi dal verme dell’oblio. Se adesso io morissi, il cuore mi assicura che gli uomini direbbero: meritava vivere di pi?. Papa Clemente, se voi moriste adesso, che cosa pensate il mondo fosse per dire di voi? Lui ? vissuto troppo poco, o ? vissuto anche troppo?” Clemente tacque. Guardato prima con molta diligenza un taccuino che si cav? dal seno di sotto alla mezzetta, rispose: “Pi? nulla”. “A quando l’incoronamento?” “I vostri ufficiali di cerimonie possono concertarne il tempo e le forme col maestro del sacro palazzo”. “Addio, dunque, Beatissimo Padre”. E Carlo disparve, le porte si chiusero, Clemente si trov? solo nella stanza. Allora, declinato il capo sul camino, medit? per lunghissima ora: all’improvviso si muove e si pone davanti alla sedia che occup? l’imperatore durante il colloquio: “Carlo d’Austria!” – cominci? a dire alzando il dito e comprimendolo sopra l’angolo della tempia destra, “le libert? dei comuni di Spagna, i privilegi delle citt? dei Paesi Bassi, le prerogative degli Stati Germanici ti avviluppano dentro rete validissima. Tu ti sforzi con ogni ingegno per divorarli; bada, Maest?, il tarlo rodendo si scava la tomba. La tua potenza non uguaglia il tuo orgoglio, i vasti concetti della tua mente non posano sopra anima in proporzione vigorosa; se pieno di forza rassomigli al sole di estate, come quel sole ogni giorno il tuo spirito tramonta. Maest?, tu mi hai supplicato per ottenere dalle mie mani una corona; ah semplice che fosti! io sarei venuto in capo al mondo per offrirtela; prostrati, Maest?, umiliati, Perchе mi tarda importi questa corona sul capo; io la circonder? di punte invisibili e angosciose, le quali ti penetreranno nel cranio scompigliandoti il pensiero, turbandoti del continuo la coscienza. Io ti adatter? la corona sul capo come il collare al collo dello schiavo; che importa a me di cingertene il collo, la mano, il piede o la testa? Non per questo tu diventi meno servo alla chiesa romana! Affrettati a prostrarti, Maest?: io m’innalzer? tanto, quanto tu l’abbasserai; e allorch?, Maest?, avrai baciato la polvere dei miei calzari, ti travaglierai indarno per dominarmi sul capo. Rendimi grande con la tua vilt? e in processo di tempo se vorrai abbattere l’idolo che tu stesso avrai fatto grande, o non ci riuscirai, o rimarrai infranto sotto la rovina di quello”. Capitolo Quarto La incoronazione Finalmente il santo padre cinse a Carlo le chiome della corona imperiale. Carlo allora, giusta le formalit?, si prostrava curvandosi al bacio dei piedi santi. Era per? convenuto che il papa non gli lascerebbe compiere l’atto, e rilevatolo a mezzo, lo avrebbe stretto tra le braccia e baciato nel volto. Ma come resistere alla compiacenza di vedersi innanzi prostrato un signore di tante provincie? Non tutti i giorni si trovano imperatori da rinnovare tale ossequio; e poi, Clemente lo aveva gi? detto, si sarebbe di tanto rialzato il sacerdozio quanto abbassato l’impero. Si dimenticava pertanto del convenuto: il coronato stette lunga pezza nell’attitudine dello schiavo: in quel punto la corona gli pes? sul capo come se fosse stata una montagna; allora gli parve che il mondo, poc’anzi da lui sorretto nella mano, adesso di tutto il suo peso gli gravitasse sul corpo: come il serpente della Scrittura, lui si nudr? di cenere e la sent? amara, senza misura amara; sicchе il suo cervello, compresso dal pentimento, dalla umiliazione e dalla rabbia, still? una goccia di sudore, la quale, come quella dell’anima dannata dello scolare apparsa al suo maestro di filosofia, secondo che racconta frate Jacopo Passavanti[6 - Jacopo Passavanti (1302–1357) – uno scrittore e architetto italiano] nello Specchio della vera penitenza, avrebbe avuto virt? di traforare da una parte all’altra con insanabile piaga i piedi del pontefice, se per avventura ci fosse caduta sopra. Fuori del tempio il popolo urlava, insaniva, fremeva a guisa di baccante scapigliata; Perchе nessuna scintilla d’intelletto gli balenasse su l’anima, qui ? pane, qui copia di vino, camangiari e giullari. Sopra una colonna di marmo stava l’aquila imperiale; la quale da uno de’ suoi becchi versava vino rosso, dall’altro vino bianco, e gi? intorno alla base della colonna vedevi prostesi uomini deturpati da oscena ubbriachezza. Sicchе l’Alamanni[7 - Luigi Alamanni (1495–1556) – un poeta, politico e agronomo italiano] a questo spettacolo ebbe a dire: Ecco l’aquila imperiale rende oggi a spiluzzico alla gente italica il sangue che loro bevve a lunghi sorsi in tanti anni e le lacrime che le fece in copia versare; ma gliele rende stemperate nel veleno della stupidit?. Ahi! popolo, io che ho viscere di umanit? e sono parte di te, conosco le tue miserie e le compiango. Bevi, procurati un sonno uguale alla morte; le tue gioie consistono nel non sentire i tuoi dolori. Ora tu sei condotto in piazza, come l’orso ammansito, per sollazzare i tuoi sovrani padroni. Dalle finestre, dai terrazzi lui ordina che ti siano gettati pane e carne. Potessi cibarti per un anno e approvigionarti lo stomaco, come la cittadella che teme l’assedio, saresti meno infelice; ma domani l’insolito cibo ti recher? molestia, forse anche la morte. Feste, forni e forche; ecco la somma dei paterni argomenti con i quali ti governano i tuoi signori. Domani tornerai a logorarti nelle consuete officine, a bagnare di sudore i solchi dei campi; quivi travagliati da mattina a sera, e l’opera delle tue mani, il sudore della tua fronte devotamente consegna ai re e ai sacerdoti tuoi. Questi ti lasceranno la vita, ti lasceranno un pane, il cielo che ti copre e il sole che ti scalda… o che non basta? Indiscreto! Via, ti lasceranno tanto spazio di terra da riporci dentro le tue ossa, perchе non le rodano i cani, ed ancora perchе morto tu col fetore non gli offenda dopo che vivo tanta recasti loro gravezza e molestia. Capitolo Quinto Papa Clemente VII Clemente papa ora se ne sta ridotto nella stanza pi? riposta del suo palazzo: essa[8 - essa – la stanza] era di forma ottagona con bellissime colonne di ordine ionico. Da quattro lati ci fanno capo altrettante porte di rare modanature come sapeva condurre la eccellenza dell’arte cos? comune in quei tempi; gli altri sodi appariscono ornati di quadri rappresentanti martiri di santi, membra segate, capi fessi, brindelli laceri, che infondono, piuttosto che riverenza, ribrezzo; intorno all’architrave superiore si innalza una parete che gli architetti chiamano tamburo, e sul tamburo una cupola elegante a imitazione delle forme immaginate dal divino Brunellesco. Il servo andasse ad aprire la porta, dicendo: “Ecco gli oratori fiorentini.” Si apersero le porte, e comparvero Nicol? Capponi, Luigi Soderini, Jacopo Guicciardini e Andreuolo di messer Otto Nicolini, oratori del comune di Firenze. Giunti appena che furono al Pontefice, e si prostrarono al bacio dei santi piedi: ma Clemente, rilevandoli con la voce e con i gesti favellava: “Alzatevi, messere Nicol? e voi messere Andreuolo; su via, messeri Luigi e Iacopo, sedetevi. L’imperatore ha da curvarsi al cospetto nostro e baciarci i piedi: voi poi siete parenti, amici, tutti figli della medesima madre. Messere Nicol?, che cosa fanno Piero e Filippo vostri? Venite, parliamo di Firenze nostra in famiglia. A quale stato la povera citt? si trova condotta adesso?” “Dentro”, – rispose severo messere Nicol?, – “non si patisce difetto di animo nе di vettovaglia nе d’armi: i barbari fuori, raccolti ai nostri danni, tagliano le viti, ardono gli ulivi, le case distruggono, i popoli uccidono o sperdono. Tanta e s? grande ingiuria appena potrebbe cagionare il terremoto; pi? poca ne far? il giorno finale; dappertutto seminano il deserto…” “O Firenze mia, dove ti porteranno questi sconsigliati? Vediamo, fratelli, di rinvenire fra noi modo che valga a salvarla dalla rovina. Accordiamoci a cacciare via i barbari che la divorano… queste immani bestie tedesche, che dalla voce e dall’aspetto non hanno niente di umano, come scriveva la buona anima del nostro messere Nicol?....” “Padre Santo, fuori di misura piacevole riesce allo spirito nostro contristato”, – riprese a dire il Capponi, —“l’intendere la buona mente della Santit? Vostra verso la patria comune… vostra[9 - vostra = Sua (старая форма вежливости: вместо Lei используется voi)] madre e mia. Brevi i patti della pace e consentanei al giusto. La libert? si conservi, si restituisca il dominio, del presente reggimento nulla s’innuovi”. “Libert?!” – interruppe il Pontefice a mano a mano infervorandosi nel dire: “e parvi libert? questa dove senza ragione parte dei cittadini s’imprigionano, molti pi? si perseguitano, alcuni si mettono crudelissimamente a morte? Vi sembrano modi civili ardere il palazzo Salviati a Montughi, ardere il nostro a Careggi, proporre di spianare l’altro a Firenze e farci una piazza in vituperio della casa Medici chiamata dei Muli? Ditemi si ? onesto e ordinato quando nella citt? i pi? tristie senza pena penetrano nei tempi di Dio, le immagini votive dei miei maggiori riducono in pezzi, me tamburano e vogliono dichiarare ribelle, me vicario di Cristo appiccano in casa Cosimino? Non parliamo di questo. Or via, nobili uomini, alsoltatemi: io voglio avere un reggimento Firenze dove, senza offendere la libert?, uno della mia famiglia, o Ippolito o Alessandro, sia considerato come principale cittadino, voi altri ottimati della citt? gli componiate un senato il quale insieme con lui attenda alle pubbliche bisogne. Poich? le fortune e la virt? di per s? stesse distinguono l’uomo e il cittadino della povert? e dalla ignoranza, sanzioniamo con legge quanto apparisce necessit? di natura”. “I padri nostri si legarono una volta, combatterono i grandi e li vinsero: adesso noi, degeneri dalla virt? paterna, vorremo al nostro posto istituirci grandi e porre nella nostra terra il mal germe di prossima discordia?…” Clemente soprastette alquanto prima di rispondere, imperciocch? vedeva ogni arte riuscirgli meno; finalmente, tenendo la faccia dimessa a terra favell?: “Rimettetevi dunque nelle mie braccia: io mi comporter? con voi non come sudditi ribelli, ma come figliuoli[10 - figliuoli = figli] traviati.” Iacopo Guicciardini, sentendosi divampare il sangue, l’ira prorompergli dai precordi, grid?: “Sudditi ribelli! Alla croce di Dio, da quando in qua siete voi re di Firenze, Giulio dei Medici? Cristo solo governa come principe la nostra citt?.... Aprite, Giulio, l’animo vostro intero. Ormai non ingannate nessuno, n? uomini n? santi. Voi intendete assoluto signore dominare su Firenze. Voi vorreste che le nostre teste siano scalini per salire sul trono e quindi le prime ad essere calpestate. Portiamo via, liberi uomini, da questa reggia, che non ci subisse sul capo, dacch? l’ira di Dio ci gravita sopra. Fin qui le preghiere e gli scongiuri furono carit? patria, adesso sarebbero turpitudine e miseria. Il David del Buonarotti si mover? prima a difendervi che il cuore di questo Filisteo si ammolisca. Venite a giurare nella chiesa di Santa Maria del Fiore di liberare la patria o seppellirci sotto le rovine di lei”. E concitato lo sdegno, da dolore e da impeto inestimabile, pone la mano sul battente della porta per uscire. “Iacopo, fermatevi”, – esclam? il Papa, —“e udite le mie ultime parole. Siano i Medici per autorit? nello stato vostri compagni non principi; componete di quarantotto famiglie un senato, e in quello risieda il potere di governare…” “Se il mio antico genitore mi avesse proposto questa infamia e delitto, io farei che la scure del carnefice insanguinasse i suoi capelli bianchi”. E senz’altre parole aggiungere gli oratori uscivano della sala. Capitolo Sesto Lucrezia Mazzanti Questa avventura succedeva la notte prima dentro un corpo di guardia accanto alla porta di San Nicol?, unica tra le tante porte di Firenze che tuttavia si mantenga nella sua antica forma. Un solo lume sospeso alla volta rischiarava di splendore vermiglio piccola parte della vasta stanza: e tu vedevi dei soldati raccolti l?, qualcuno disteso per le panche in atto di dormire, altri seduti novellare dei casi di guerra; molti altri bevevano spensierati, come uomini per cui il tempo scorso ? nulla, il futuro anche meno, e si godono il presente fugace – e lieto, perchе vuoto di affanno. Uno fra loro, di volto leggiadro, giovanissimo, stava appoggiato con le spalle alla parete, la faccia china, immerso in pensieri i quali, come sembrava, non dovevano essere buoni n? tristi: questo era Lodovico Machiavelli. Lupo invece sedeva con le pugna strette, fortemente puntellate nelle guance sotto gli zigomi; gli occhi socchiusi: a volte prorompe dal petto profondi sospiri. Guizzando intanto la fiamma sanguigna sopra quei volti, per tutta la scena, presentava un quadro fantastico, stupenda materia ai dipinti di Gherardo delle Notti o del Rembrandt. Adesso, mentre i soldati del corpo di guardia staccavano le partigiane dalla parete per accorrere in aiuto, spalancato fragorosamente le porte, balza in mezzo della stanza una femmina, come palla briccolata dalla bombarda, la quale, corsi allo indietro tre o quattro passi, quasi compiendo l’urto di spinta impressa contro di lei, and? a percuotere supina il capo nella parete. Indifferenti a questo, i soldati uscirono dal corpo di guardia; rimasero Lodovico e Lupo per ragione di ufficio ed anche per vaghezza di soccorrere la misera donna. Le si accostarono pertanto e, rilevandola, la trovarono giovanissima, bella e di gentile aspetto: le sue vesti apparivano schiette, quali costumano le donzelle di contado, se non che fatte di panni pi? fini e con sottile lavorio ricamate di passamani e nastri di seta. Sul suo viso delicato si vedevano i segni di patimenti sofferti, certo a lei pi? gravosi quanto pi? nuovi: pallida era ed aveva bianche le labbra, gli occhi chiusi come se fosse morta. Alla fine trasse un gran gemito, e lo splendore degli occhi si manifest?. Li volse esterrefatta d’intorno, e la prima parola che uscisse dalle sue labbra fu: “O padre mio! Dov’? mio padre?” E chiuse gli occhi di nuovo. Vico la seguitando veloce, la trattiene; e confortandola con dolci parole, le dice: “Non temete; il padre vostro ritroveremo; vi ricondurremo alle vostre case… ai vostri parenti…” Qui lo interrompe un alto riso della fanciulla: “Vuoi rendermi la casa! Oh! rendimela via, e con essa[11 - essa – la camera] la mia cameretta linda, pelita, col soffitto tinto d’azzurro, e il letticciolo con le coperte di rascia rossa e il bel capoletto di Sicilia: rendimi la immagine della Madonna dell’Impruneta di Luca della Robbia e la lampada e il vaso dove ogni giorno mutava fiori freschi di mia mano colti nel giardino… Ma come farai a rendermela, se quando ne uscii, il pavimento, le pareti, il soffitto tutta andava in fiamme?… Mi vuoi gettare tra il fuoco? In che peccai? Questa ? la stanza dei dannati, ed io non ho fatto male a nessuno nel mondo. Io sono innocente, io! Tu mi hai parlato di madre: portami a vederla, e ti dir? fratello, perocchе io sappia ogni creatura nascere da una madre ed essere amata da lei sopra ogni cosa: ma io, sai? Non ho conosciuta la mia… nessuno ha risposto allorchе domandai: siete mia madre voi? ed io fin qui ho dubitato di essere venuta al mondo senza. Ben ho padre e amatissimo. Almeno lo avevo un’ora fa; ora poi non so pi? se io lo abbia. Adesso poi che madonna Lucrezia ? morta. Oh! le sventure vengono sempre e troppo accompagnate. Questa magnanima donna, di cui vi narrer? il pietosissimo caso, che aveva di qualche anno condotto a marito Iacopo Palmieri da Firenze, abitava in villa poco lontana dalla casa che fu nostra nel popolo di Dudda: lei era un esempio di domestica virt?; per santit? di costumi venerata, dai poverelli per la sua beneficenza benedetta, a ragione della donnesca sua leggiadria a quanti la conoscevano gradita, discreta, ben parlante, amorevole. A lei dunque mi voltai interrogandola dove fosse mio padre: e lei mi ha detto di stare in luogo sicuro; non dubitassi; lo avrei rivisto un giorno, sotto cielo meno inclemente, circondato da creature pi? buone. Queste parole non mi confortavano per niente; ricordai lo scoppio dell’archibugio, il padre scomparso, e stemperandomi in pianto, pi? e pi? sempre invocava il mio povero padre. Le compagne, non sapendo come consolarmi, dolenti anche loro per uguali sventure, piansero al mio pianto, ai miei gridi gridarono. Sola madonna Lucrezia, trattenute le lacrime, non facendo atto che apparisse vile, con soavi parole ci conforta, in mille modi diversi s’ingegna raumiliarci: “Il pianto, ci dice, pu? solamente aggravare i colpi di fortuna; abbiamo coraggio per i casi con i quali il Signore intender? provarci; ricordiamoci le donne che con rischio della vita avevano pigliato in mano la difesa della patria e che non dovevano piangere; a nemico superbo opponiamo tutte le nostre forze; un giorno anche loro scontrerebbero amare queste esultanze nefande; a Dio volgiamo il cuore rassegnato e contrito; alla Madre Santissima ci raccomandiamo; viviamo le nostre vite con onore; se no, scegliaimo la morte, e il cielo si aprire a raccogliere la nostra anima cantando le glorie dei martiri.” Cos? accesa nel volto con occhi lucenti favellava la santissima donna, quando, schiusa la porta, apparve tra noi l’abborrito ordinatore della morte di mio padre. Le compagne si strinsero attorno a me, come colombe paurose del nibbio; io lo guardavo fisso e sentivo ribollirmi nel cuore orribile sete di sangue, sicch? se avessi in mano daga o archibugio e avessi saputo come si uccide un uomo, lo avrei trucidato di certo. Quel uomo, che seppi tenere grado di capitano, e chiamarsi Giovambattista da Recanati, si restrinse a colloquio con Madonna; procedevano da prima le sue parole dimesse, la persona piegava in atto di ossequio, poi divent? a mano a mano, concitato nel dire, gli occhi gli avvamparono ardenti. Madonna rispondeva raro, come schermendosi da molesta domanda, e noi la vedevamo a volte impallidire, a volte arrossire a guisa di persona posta al tormento. All’improvviso quel triste proruppe: “Fin qui pregai. Ora sappiate che io posso volere e voglio…” Lucrezia lo supplicava tacesse, il luogo considerasse e le persone; ma l’altro non udiva ed ambe le braccia distese per afferrarla. In quello estremo la donna gli strappa la daga dal fianco e, alquanto indietreggiando, gliel’appunta alla gola gridando: “Scostati, o sei morto.” Declinando il giorno, comparve il capitano Recanati in compagnia di alquanti suoi scherani, e con loro noi tutti uscimmo. Lucrezia volse i passi frettolosi alle sponde dell’Arno. Talora si ferma, guardando il cielo e la terra: e poich? il cielo appariva divinamente sereno e la terra lieta di verdi piante… Volgendosi a noi ci disse: “L’ultima ora di un giorno e di una vita ? compiuta; pregate per un’anima che sta per passare.” Il senso di quelle parole non ci era chiaro, pure pregammo con ardentissimi voti. Cosa stupenda e a me medesima, dove non l’avessi con i propri miei occhi contemplata, incredibile. I masnadieri e il capitano, i quali ci vigilavano da vicino, commossi dallo spettacolo di amore e di fede, loro malgrado si prostrarono anche loro, sforzandosi richiamare sulle labbra l’orazione nei primi anni della vita imparata dalla pia genitrice. Noi donne stavamo sopra il ciglione dell’argine; menava sotto vertiginose le acque l’Arno grosso per le pioggie cadute nei giorni precedenti. Madonna Lucrezia si leva: aveva nel volto gran parte di cielo; il crepuscolo dorato lo vestiva di luce serafica: ci guard? mesta, non abbattuta; secura non baldanzosa; e aprendo la bocca favell?: Figliuole mie, che voi sceglieste piuttosto la morte con onore che la vita con vergogna, stamani con parole io v’insegnavo; guardate, adesso ve lo confermo con l’esempio. Ah! il pianto mi toglie possibilit? di raccontarvi partitamente come ella, spiccato un salto, si precipitasse nel fiume: come vedessimo ora apparire sulle acque, ora scomparire sotto, la santissima donna; e tanta era in lei la voglia di preporre l’onest? alla vita che quante volte l’impeto dei vortici la respinse su a galla, altrettante ella mettendosi le mani sul capo si attuffava gi? nel fondo. Una voce lontana penetr? nel corpo di guardia, che chiamava: “Lena! Annalena!” “Silenzio!” “Lena!” “Ah! padre, padre, padre!…” E tutti uscirono dalla porta a gola spiegata gridando: “Qua. Da questa parte. Venite oltre. Qui ? vostra figlia”. Cessa la voce, s’intendono passi precipitati; arriva un vecchio ansante, si slancia con giovanile leggierezza fra le braccia della vergine, ella di lui; e piangendo, mormorando parole slegate, alternando baci e carezze, godono piena la gioia umana, la cessazione del dolore! Alcuno dei circostanti piegava altrove il volto, vergognando mostrarlo lacrimoso; Lupo rideva, non capiva in s? dalla contentezza. Poich? si furono alquanto rimesse quelle calde dimostranze di affetto, il vecchio con labbra ridenti e cuore devoto diceva grazie agli ospiti della figlia. “Oh! – rispondeva Lupo – qui non ci capiscono grazie; noi non abbiamo fatto altro che dirle buone parole… e queste costano tanto poco, e tante ne sprechiamo invano e per male che davvero non meritano pregio le pochissime proferite per bene. Io ve l’ho conservata, come padre; e sebbene la presenza vostra mi tolga la dolcezza di questo nome, siate ben venuto, buon uomo. Se per? non vi offendesse la proposta, e voi voleste accoglierla con quell’animo col quale ve la offeriamo noi, starebbe a voi renderci gli uomini pi? lieti di questa terra (perdonate il rozzo dire alla sincerit? delle intenzioni)… accettando parte dei nostri denari…” “Lupo ci vince in valore, in magnanimit?, in anni, in tutto”, – esclamarono i giovani. “Per gli anni, sta pur troppo e, mio malgrado, bene; pel rimanente, e nasca quello che sa nascerne, voi mentite per la gola”. “Gente da bene, la vostra cortesia supera la parola: io ve ne rendo con l’animo quelle grazie che so e posso maggiori. Dal naufragio della fortuna tanto ancora mi avanza da sostentare me e la mia figliuola finch? il nemico duri nelle nostre contrade. Allora spero che Dio vorr? concedermi tanto di vita da restituire in lieto stato le mie terre, rialzare la casa…” “Amen!” risposero i circostanti. “Per? tra morire e vivere da schiavo”, – continuava il padre di Annalena, – “la differenza ? questa: i morti non sentono nulla, i vivi si consumano sotto il peso delle catene. Lena mia, ti faccio manifesto il mio testamento alla presenza di questi valenti uomini; dove il leone coronato rimanga insegna della Repubblica, tu vivi, prova gli affetti di sposa, le santissime cure di madre; se le palle trionfano… eccoti… prendi questo coltello… comunque corto sia, pu? sciogliere un’anima dai legami del corpo”. Capitolo Ottavo Giovanni Bandino Poco oltre a mano destra del principe di Orange[12 - Filiberto di Ch?lons (1502–1530) – un condottiero francese, nonchе principe d’Orange e vicerе di Napoli dal 1528 al 3 agosto 1530], immobile come pietra, sta Giovanni Bandino; tiene il volto e gli sguardi tesi verso Firenze. Dalla fronte pallida gli piovono grosse gocce di sudore; paiono lacrime piante sopra di lui da occhi invisibili: trema forte e non dice parola. In campo lo spregiavano e temevano; ma lui fuggendo ogni umano consorzio non dava luogo alle offese: quando negli scontri di guerra vedeva i soldati bestialmente inferocire e farsi ciechi per ira, lui, scoperto di ogni arme difensiva, si cacciava l? dove i colpi e gli uomini cadevano pi? spesso. All’assalto di Spelle seguit? impassibile fin sotto il muro gli assalitori; fischiavano le palle intorno al suo capo, rovinarono corpi di uccisi o sconciamente mutilati, e pareva che lui non vedesse e non ascoltasse nulla; quando un colpo di sagro percotendo a mezzo il petto Giovanni da Urbino, tra quanti erano prodi nello esercito, valorosissimo, lo balestr? sfracellato ai suoi piedi, lui allora proruppe in altissime risa e balz? al posto dove rimase ucciso l’infelice guerriero; a tutti sembr? il demonio della strage: non perdonava a cui implorasse quartiere, o a chi resistesse; dal capo alle piante spesso appariva sordidato di sangue del nemico senza che pure una scalfittura ne versasse del suo. Gli Spagnoli, secondo l’indole loro superstiziosi, sospettavano che fosse ciurmato, ma poi, sapendolo uomo del papa si ricredevano, in seguito nel sospetto si confermavano. Dovunque mostra la faccia cessano i colloqui, la gente si apre in due file per lasciarlo passare, assalita da misterioso ribrezzo. Immemore dei circostanti, lunga pezza il Bandino dimor? nello stato di fissazione di che scriveva poc’anzi; all’improvviso, stendendo ambe le braccia, con voce angosciosa prorompe: “O patria mia!” Quando monsignore di Orange aveva udito quell’esclamazione, pose la mano sopra la spalla sinistra lo interrogando cos?: “E perchе dunque tra i nemici di lei?…” Si riscuote il Bandino, guata bieco l’Orange e brontolando fugge via a precipizio. “Ditemi, principe”, – soggiunse poi il Bandino arrestandogli per le redini il cavallo, – “in conto di che mi avete voi?” “Ma… nel conto che mi avreste me, se io fossi voi”. “Principe, per favore parlatemi apertamente, in qual concetto mi tenete?” “Fiorentino movete ai danni di Firenze… di uomo siffatto pu? essere mai dubbiosa la fama?” “Ah! certo il nome ch’ei merita ? un solo per tutto il mondo”, – favella in suono sconsolato il Bandino lasciando le redini del cavallo… “Noi altri Italiani c’innamoriamo in chiesa. Rammento il giorno e il luogo in che lei primamente mi comparve dinanzi”, – continua il Bandino senza rispondere alle parole del principe, fisso com’era nel suo pensiero, – “per la festa di san Zanobi in santa Maria del Fiore, l? presso alla parete dov’? sospeso il simulacro del divino poeta, i nostri occhi s’incontrarono insieme; parve che i miei sguardi la infiammassero, Perchе lei si fece accesa nel volto, come le vampe di fuoco le ardessero davanti, e abbass? il velo: poco importa; ormai la sua immagine mi stava incisa nel cuore; dovunque guardassi io la vedevo; e quando lei si part? dalla chiesa, io non rimossi mai gli sguardi dal luogo che lei tenne occupato; gli uffici divini cessarono, tacquero gli organi, spensero le cere, ed io per sempre mi rimanevo immobile credendo tuttavia di vederla. Secondo il costume dei giovani cominciai a passare sovente sotto alle sue finestre; presi dimestichezza con gli artefici vicini per avere onesto motivo di trattenermi nella contrada; nella notte o sul mattino, accompagnandomi sul liuto, le cantai sotto il balcone dolcissimi versi d’amore; praticai insomma quello che costumano le persone quando le scalda il petto l’ardente fuoco della passione e loro non sanno che fare solo che manifestarlo alla donna amata. Con quanta speranza io mi muovevo da casa, e come avvilito ci rientravo! Nessun cenno apparve alle finestre mai; mai vidi sporgere un capo il quale indicasse intendere all’amoroso lamento; io conducevo tristissimi giorni disperato della vita. Venisse l’istante nel quale la fanciulla, vinto il pudore verginale, mi confessava: “Io ti amo… Io vi giuro, monsignore… in che vi giurer? io? Non conosco pi? nulla di sacro nella terra o nel cielo.” L’altra notte un famiglio mi conduce verso il palazzo della mia donna. Mi vidi al capezzale il padre della donna, il quale con volto benigno, mi disse: “Attendete a ristorarvi e preparatevi ad ascoltarmi; quello che il cielo vuole forza ? che uomo anche voglia!” Lo rividi verso sera, ed accostatosi quanto pi? presso poteva al mio volto, “Figliuol mio, – cominciava, – poich? umano argomento non vince l’amore che la mia figlia porta per te, e poichе vedo a prova manifesta come anche tu ardentissimamente l’ami, e il contristarvi le nozze sarebbe certa ragione della morte di entrambi, a Dio non piaccia che in questa mia vecchia et? prossimo a rendere conto della mia vita all’Eterno, contro al mio sangue mi renda micidiale. La tua stirpe ? gentile, i tuoi costumi onesti: una sola cosa mi offende in te, e non ? tua colpa, voglio dire il difetto dei beni di fortuna, ci? mi trattenne fin qui dal consentire che tu tolga in moglie la mia figliuola Maria: tu saprai un giorno quanto piaccia al cuore del padre allogare i figliuoli in famiglie pi? potenti della sua e quanto all’opposto rincresca scemare; per? siete giovani entrambi, che tu non mi sembri toccare il diciottesimo anno, e la fanciulla appena ne conta quindici: la fortuna, come donna, ama i giovani; viviamo in tempi nei quali riesce di leggeri, a cui vuole davvero, metter insieme denari; sopra tutte le parti del mondo vedo prosperare i nostri mercadanti in Spagna, fuori di misura doviziosa per l’oro che a lei manda l’India non ha guari scoperte. Io ti prometto la figlia: fidanzatevi, ve lo concedo: poi su questa croce giurami che te ne andrai a procacciare tua ventura in Spagna per tornare presto a condurre donna e statuire famiglia con lo splendore conveniente alla stirpe donde esci e a quella a cui la tua moglie appartiene.” – Promisi e con pieno cuore; – che cosa non avrei promesso? Restituito alla vita, rigoglioso di giovanezza, felice per potere consumare i miei giorni al fianco della donna amata e dirle: “Io ti amo”, e sentirla rispondere: “Ed io pure ti amo”; parole mille volte ripetute e mille volte ascoltate con dolcezza ineffabile… miracolo nuovo di amore! La fortuna, per flagellarmi meglio, spir? un fiato favorevole nelle vele; partii, giunsi e arrivai a Cadice e a Siviglia, dove impresi traffici smisurati: nei traffici rovina agli altri, io crescevo; i pazzi consigli miei riuscivano meglio dei savi provvedimenti altrui; apparvi oracolo, e fui soltanto avventuroso; la turba m’invidiava, mi applaudiva e adulava. Due anni passati, torn? a Firenze. E come forte mi trem? il cuore quando prima scopersi da lontano la cupola della basilica nostra! se avessi avuto le ali non mi sarebbe sembrato di affrettarmi a mia voglia: pur giungo e difilato mi avvio alla casa paterna; la mano mi manca per bussare alla porta, altri bussano per me, si apre, chi mi apriva non guardo, corro, corro in traccia di mio padre; la casa ? vuota!.... Rifaccio i passi, e vedo il vecchio genitore genuflesso davanti un Crocifisso, e ascolto tra i singhiozzi pregare riposo all’anima mia.... “Sono io morto, perchе mi diciate il requiem?” – esclam? maravigliato; e il padre piange e pi? che mai si raccomanda: mi accosto, ei trema e non ardisce guardarmi. “Anima benedetta, lui diceva con stupenda prestezza, anima benedetta, va in pace, io spender? in suffragarti l’ultima mia masserizia… Va in pace”. Tornate le persuasioni invano, mi vinse lo sdegno, mi dolsi del modo col quale mi accoglieva, minacciai andarmene tanto lontano che mai pi? avrebbe riveduto la mia faccia, di poco amore lo rampognai. Lui sorse allora tra stupido e spaventato, e: “Tu vivi?” – mi domanda con parole interrotte… Mi tocca… mi bacia… e quando il suo dubbio fu tutto spento, crudeli! crudeli! esclama e mi cade semivivo tra le braccia. Qual io rimanessi non saprei raccontarvi con discorso convenevole. Lui rivenne tosto, e io ansiosamente gli domandai: “Chi ? questo, padre? e la donna mia?” – “La donna tua? Vieni a vedere la tua donna”, – e con impeto giovanile mi trasse fuori di casa. Giungiamo alle porte di Santa Maria del Fiore; l? incontrammo fanti e donzelle, i quali tenevano per le redini in copia palafreni; entriamo in chiesa, la pi? parte sepolta in profondissima oscurit?; andiamo avanti, e pervenuti al punto della nave dove sospeso alla parete si ammira il simulacro di Dante, coronata con la ghirlanda nuziale, con lo sposo al fianco, blandita da gioconda comitiva, ritorna da legare la sua fede eternalmente ad un uomo dal pi? degli altari una donna, e questa donna ? la mia!… Empii di un grido orribile le volte del santuario e, stretto il pugnale, mi precipitai a trucidare la spergiura; mutati appena due passi, il ghiaccio di un ferro mi penetra nelle viscere, e precipito avvolgendomi nel mio sangue sul pavimento. Non piacque all’inferno ch’io mi morissi: udite stupenda nequizia umana! Aperti gli occhi, mi trovo giacente sopra miserabile pagliericcio, dentro una stanza vuota, le mani e i piedi stretti da funi… non mi rinveniva, cercava con la mente n? giungeva a indovinare in qual luogo mi avessero condotto e perchе cos? legato. All’improvviso mi spaventa uno schiamazzo confuso di minacce, di percosse, di pianto, di preghiere e di risa; e sopra tutte queste voci tempestare un urlo che diceva: “Chiudete le porte, san Pietro!” – “san Paolo, di grazia, a che tenete quello spadone ai fianchi?” – “Ora dov’? andato l’arcangelo Michele?” – “I demoni danno l’assalto al paradiso.... e’ l’hanno preso”, – “l’hanno preso,” – “scomunicati!” – “eretici!” – “cos? bussate il Padre Eterno? poveraccio!” Mi accorsi che mi avevano condotto all’ospedale dei pazzi. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». 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