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Il Fiume Di Gennaio Enrico Tasca Enrico Tasca Il fiume di gennaio Romanzo La copertina: Rio de Janeiro di notte. Sullo sfondo la baia di Guanabara. In primo piano il Pão de Açucar, con il quartiere di Urca che si affaccia sulla Baia di Botafogo. Ideata e realizzata dall'autore. © 2015 Titolo: Il fiume di gennaio Autore: Enrico Tasca enrico.tasca@outlook.it Tutti i diritti riservati. È vietata per legge la riproduzione anche parziale e con qualsiasi mezzo senza l’autorizzazione scritta dell’autore. Terza edizione Il 1° gennaio del 1502 il comandante portoghese Gaspar de Lemos, capo di una spedizione di cui faceva parte anche Amerigo Vespucci, entrò con la sua nave in una baia, chiamata in seguito di Guanabara, pensando che si trattasse di un fiume. Chiamò quindi il posto "Il Fiume di Gennaio", che in portoghese si dice "O Rio de Janeiro". Nel 1504, a proposito del Brasile, Amerigo Vespucci scrisse: "E se nel mondo è alcun paradiso terrestre, senza dubbio deve essere non molto lontano da questi luoghi". La parola carioca viene spesso erroneamente utilizzata per descrivere l'intera popolazione del Brasile. Invero i carioca sono gli abitanti di Rio de Janeiro, mentre gli abitanti dello stato di Rio de Janeiro si chiamano fluminenses, così come i paulistanos sono gli abitanti della città di São Paulo e i paulistas gli abitanti dello Stato di São Paulo. Sulle origini del nome carioca, che è sia un aggettivo che un sostantivo, esistono varie opinioni. Sembra quasi certo che derivi dalla lingua dei Tupi, un gruppo etnico che viveva in Amazzonia nel XVI secolo. Per alcuni deriverebbe dal fiume Carioca, per altri significherebbe "casa del bianco", per altri ancora deriverebbe dalla parola akari che indicava un pesce che ricordava l'armatura dei colonizzatori portoghesi. ...Gira pilota, recuperiamo il cielo ad alta quota, torna nel mondo dal bel colore baio, trovami il fiume di gennaio. (da "Aguaplano" di Paolo Conte) PREFAZIONE Tanto tempo fa mi ero messo in testa di scrivere un romanzo, un giallo alla Mike Spillane, per intenderci, un autore americano che, in quegli anni in cui ero ancora un ragazzo, leggevo avidamente. Ricordo che avevo iniziato con una frase tipo "La città di notte appariva come una prostituta ingioiellata" che ricevette una stroncatura senza appello da mio fratello maggiore. Fine della mia carriera di romanziere. Dopo tanti anni, sollecitato da mia moglie, ho voluto riprovarci, con un genere diverso, legato in parte alle mie esperienze. Infatti, come spesso capita, c'è tanto di autobiografico nel mio racconto, ma ovviamente i personaggi sono frutto della mia fantasia. Per me è stata comunque un'esperienza emozionante. La cosa fantastica è che man mano che la storia andava avanti i personaggi acquistavano spessore, diventavano vivi, veri. Mi sembrava di conoscerli veramente, di averli incontrati nel mondo reale. Non ero io che creavo i loro comportamenti, i loro dialoghi, i loro sentimenti, erano loro che mi trascinavano, loro che agivano costringendomi a seguirli con la penna, o meglio con la tastiera del mio PC. Qualcuno ha detto che un uomo nella vita dovrebbe fare tre cose: generare un figlio, piantare un albero e scrivere un libro. Mi sto dando da fare. 1 Quando Estela, alle 5 del pomeriggio di una splendida giornata estiva, un giovedì di gennaio, fece il suo ingresso nella sala di attesa del terminale 2 dell'aeroporto Galeão-Antônio Carlos Jobim, Stato di Rio de Janeiro, Brasile, da dove si sarebbe imbarcata per Milano via Lisbona col volo della TAP TP0074, non passò certo inosservata. A parte i capelli neri lunghi e ricci, le labbra carnose e un viso d'angelo, come avrebbe detto un cantautore di qualche anno fa, il suo modo di vestire sembrava studiato apposta per attirare lo sguardo degli uomini, ma anche di qualche donna come la bionda Beatriz, che distolse lo sguardo dal suo tablet, attirata dalla scia di profumo che Estela, passandole vicino, lasciò dietro di sé. Un profumo delicato e costoso - pensò Beatriz - in linea con l’abbigliamento, che peraltro appariva ai suoi occhi ostentatamente lussuoso. D'altra parte Estela non aveva solo tanti capelli. Aveva anche un corpo che ore ed ore di palestra avevano reso un capolavoro della natura. Grazie a quel po' di sangue nero che scorre spesso nelle vene dei brasiliani, soprattutto da Rio de Janeiro in su, la sua pelle appariva di un colore ambrato. Avrà avuto trentacinque anni o poco più - ragionò Beatriz. Osservando meglio, aveva notato qualche accenno di ruga intorno agli occhi e agli angoli della bocca. La ragazza era comunque uno schianto, comunque fosse vestita. Per intendersi non è che indossasse vestiti cafoni. Erano di buon gusto e pantaloni, camicia e gilet erano ben abbinati tra loro, però apparivano troppo costosi, come se avessero ancora l'etichetta del prezzo attaccata. In altre parole la ragazza tentava di ostentare uno stato sociale ed economico che forse non aveva, ma qualunque cosa avesse indossato sarebbe stata comunque notata. Beatriz si sentiva colpita da quella donna, forse perché così diversa fisicamente da lei. Sua madre era italiana, veneta per la precisione, e da lei aveva ereditato degli occhi di un azzurro profondo che illuminavano la sua pelle chiara che neppure il sole brasiliano riusciva a scurire più di tanto e dei capelli biondi che portava né troppo lunghi né troppo corti. Nonostante non fosse più una ragazzina, anche lei teneva al suo benessere fisico ed infatti aveva un bel corpo abbastanza minuto, e dei lineamenti regolari e ben proporzionati. Non si poteva forse definire bella, ma sicuramente gradevole. Beatriz andava in Brasile di regola una volta l'anno per trovare la madre, rimasta vedova quando lei era ancora ragazza. Per il resto del tempo viveva a Milano, dove lavorava presso una banca brasiliana, e dove il sole poteva tutt'al più prenderlo all'Idroscalo a luglio e agosto. Le avevano fatto un’offerta che non aveva potuto rifiutare. Lei sarebbe rimasta volentieri a São Paulo, la città dove era nata e dove aveva vissuto i migliori anni della sua vita. Ma quando la sua banca aveva deciso di aprire una filiale a Milano, avevano scelto lei per la sua conoscenza dell’italiano e le avevano offerto tanti soldi e una prospettiva di carriera che difficilmente avrebbe avuto restando in Brasile. Il lavoro non era proprio quello che sognava da bambina, ma lo stipendio in euro le permetteva di mettere da parte un po' di soldi in una valuta forte. Inoltre a São Paulo non aveva più legami sentimentali, infatti il suo "fidanzato" l’aveva lasciata e lei era rimasta così scioccata che non aveva più voluto sentire parlare di uomini e avrebbe comunque cambiato aria volentieri. A Milano i primi tempi erano stati veramente duri. A parte il clima, quello che le pesava di più era la solitudine. Non conosceva nessuno e non riusciva a fare nuove amicizie, escludendo i colleghi della banca che però pensavano ognuno per sé. Poi le sue radici mezzo italiane avevano forse avuto il sopravvento e piano piano aveva cominciato ad abituarsi a quella città apparentemente poco ospitale, ma in fondo non troppo diversa dalla sua, sia pure in scala ridotta. Aveva iniziato a vedere Milano sotto una luce diversa. Ne riconosceva un certo fascino, tutto da scoprire. Quando era arrivata aveva trovato interessante, ad esempio, il cosiddetto "quadrilatero della moda", quell'area racchiusa tra Via Monte Napoleone, Via della Spiga, Via Manzoni e Corso Venezia, e poi le era anche piaciuta piazza del duomo, il castello sforzesco, la basilica di sant'Ambrogio, la galleria Vittorio Emanuele, la Scala. Italia e Brasile sono comunque due mondi agli antipodi, non solo dal punto di vista geografico. Era pur vero che con l'arrivo di immigrati da varie parti dell'Africa, del Sud America e dell'Europa dell'est, la capitale lombarda stava diventando, almeno in certe aree, non più tanto sicura, ma almeno non c'erano i trombadinhas o i meninos de rua, quei bambini che in Brasile ti strappano di dosso la collanina o ti rubano il marsupio mentre te ne stai sdraiato sulla spiaggia di Copacabana a prendere il sole e poi sniffano colla per stordirsi. Dopo un anno difficile era riuscita ad innamorarsi di un ragazzo italiano, un fatto che non avrebbe mai pensato sarebbe potuto accadere. Era una relazione seria? Avrebbe potuto anche avere un lieto fine, come i romanzi che ogni tanto si divertiva a leggere, in cui la ragazza immancabilmente finisce con lo sposare l'amore della sua vita, magari dopo mille controversie. Ma non ne era poi così sicura. Viveva alla giornata, aveva imparato a non porsi troppe domande. Estela sapeva di attrarre gli sguardi degli uomini, in fondo non le dispiaceva e poi cosa poteva farci? Doveva forse mettersi il chador o il burka? Avesse avuto il fio dental, quel pezzo di stoffa minuscola che ha fatto diventare il bikini un costume da educande, allora sì che avrebbe catturato l'attenzione della gente. D'altra parte il suo mestiere di modella la costringeva in un certo senso ad apparire. Era questo che volevano da lei. Usavano il suo corpo per vendere mutandine e reggiseni, deodoranti e costosi profumi. Era un lavoro difficile, che richiedeva un equilibrio fisico e mentale fuori del comune. Aveva visto troppe colleghe cadere nella trappola della droga, dei soldi facili, delle promesse non mantenute fatte da tanti uomini che volevano una sola cosa, fare sesso o l'amore, come si diceva un tempo. Estela, nonostante le apparenze, era una ragazza con la testa sul collo, che sapeva esattamente quello che voleva. Aveva un innamorato italiano con il quale si trovava abbastanza bene. Si poteva comunque classificare come una vera mosca bianca in un ambiente difficile e competitivo come quello della moda e della pubblicità. Certo l’inizio era stato durissimo. Era andata in Italia per la prima volta, anni prima, lasciando il suo lavoro di commessa in un negozio di abbigliamento di Rio, grazie a un tizio di Bergamo, pieno di soldi, che l'aveva rimorchiata sulla passeggiata di Copacabana, un posto tra l'altro che lei non frequentava volentieri perché troppo turistico. Era stata Elza, la sua amica del cuore, con la quale condivideva un piccolo appartamento a Botafogo, a insistere di andare lì. Le avevano parlato di un nuovo ristorante italiano e voleva provarlo. Estela avrebbe preferito restare nel suo quartiere, dove l'atmosfera era più genuina, ma alla fine aveva ceduto. A Copacabana giravano un sacco di ragazze facili a caccia di turisti e Estela non ci andava quasi mai perché non voleva essere presa per quello che non era. L'italiano, che era con un amico, l'aveva agganciata con molto stile, non l'aveva certo scambiata per una che si vendeva per un pugno di dollari. Si era presentato e, in un portoghese stentato, le aveva detto che non aveva mai conosciuto una ragazza bella come lei e che se lei e la sua amica non avessero accettato di cenare con lui e il suo amico, si sarebbe buttato a mare e lasciato annegare. Una specie di sceneggiata napoletana, ma, dopo una prima reazione stizzita, Estela si era detta che in fondo il tizio le sembrava a posto. Alla sua amica Elza l'amico del bergamasco piaceva e dopo aver confabulato un po' avevano deciso di accettare. Erano andati nel miglior ristorante della zona e poi era successo quello che doveva succedere. Il bergamasco, che si chiamava Giulio, era rimasto con lei per tutto il periodo della vacanza e pochi giorni dopo essere tornato in Italia le aveva spedito un biglietto aereo di prima classe per Milano, dove Estela, senza tanto riflettere, aveva deciso di stabilirsi, almeno per un po'. Peccato che dopo qualche mese, insospettita dallo strano atteggiamento di Giulio e dalle sue prolungate assenze, avesse scoperto che il suo “innamorato” italiano aveva moglie e figli e nessuna intenzione di divorziare. Dopo momenti di disperazione, momenti in cui pensava di mollare tutto e tornare a Rio con la coda tra le gambe, il suo carattere determinato e combattivo la spinse a stringere i denti ed andare avanti in quella città che sentiva fredda e ostile. Per pura fortuna le era capitato di conoscere Teo, che faceva l’Art Director per un’importante agenzia pubblicitaria americana. Era un uomo molto gentile e carino di modi che le aveva proposto di fare degli spot pubblicitari per un suo cliente che produceva biancheria intima femminile di lusso. Uno spot in particolare, dove mostrava il suo fondo schiena, aveva avuto un gran successo ed attirato l’attenzione di molti pubblicitari e fotografi. Grazie al suo bumbum, come si chiama affettuosamente il sedere in Brasile, Estela era riuscita a entrare nel riservato mondo della pubblicità. Avrebbe preferito essere apprezzata per la sua intelligenza o tenacia sul lavoro, ma nelle sue condizioni non poteva certo andare tanto per il sottile. Temeva che Teo prima o poi le avrebbe presentato il conto sotto forma di invito a cena seguito da appassionata notte di amore, ma aveva scoperto che era gay e la cosa l’aveva molto rassicurata. Teo sarebbe poi diventato il suo migliore amico e confidente. Era bello avere un uomo con cui parlare, senza la paura che potesse saltarti addosso da un momento all’altro. Purtroppo, a causa della sua bellezza latina, si rendeva conto di attirare gli uomini come mosche sul miele. A Rio era diverso, forse c’era più disponibilità di ragazze facili, ma comunque gli italiani, almeno quelli che aveva conosciuto, le parevano particolarmente assatanati. Anche Federico aveva notato quella bella ragazza bruna, ma non si era impressionato più di tanto. Nel suo mestiere, il fotografo di moda, di belle donne ne aveva viste tante e ormai era vaccinato contro i pericoli della bellezza femminile. Aveva lavorato per anni in Brasile per un'agenzia fotografica di cui era anche socio, fondata da un suo vecchio compagno di scuola, Giancarlo, che viveva a São Paulo. L'amico si era ricordato di lui e l'aveva convinto a mollare l'Università ed a dedicarsi alla fotografia a tempo pieno, visto che era ormai fuori corso e già lavoravaa Milano come free lance, perché teneva alla sua indipendenza economica e non voleva farsi mantenere dal padre. Si era poi trasferito a Rio per lavorare in un'agenzia pubblicitaria ed alla fine aveva deciso di creare una agenzia fotografica tutta sua che però, dopo un inizio promettente, aveva cominciato a creare problemi. Il suo sguardo si abbassò nuovamente sullo smart phone, sul quale aveva segnato tutti gli appuntamenti della settimana a venire. A Milano aveva uno studio fotografico molto ben avviato ed il suo unico dispiacere era di non avere figli ai quali lasciarlo. Aveva una sola figlia, che andava a trovare abbastanza spesso a Rio. L'aveva avuta nel periodo in cui viveva in Brasile. La madre era brasiliana, carioca per l'esattezza, visto che era nata a Ipanema e aveva un nome che era tutto un programma: Luma. Quando l'aveva conosciuta, tanti, troppi anni prima, aveva solo 23 anni, si era appena laureata in giurisprudenza, mentre lui ne aveva già compiuti 29. Luma era uno splendore, era la luce dei tropici, il ritmo cadenzato del samba, la malinconica magia del Carnevale. Aveva una carnagione che tendeva a sfumare verso il bruno e dei capelli nerissimi e lisci. Li portava raccolti, e la prima volta che li sciolse, nell'intimità, le ricadevano quasi a metà schiena. Aveva gli occhi neri come la notte tropicale, calda e piena di mistero. Quando sorrideva le labbra carnose svelavano denti bianchissimi, ereditati forse da qualche trisavolo di pelle scura. Il loro era stato un grande amore, passionale e romantico al tempo stesso, ma poi era tutto finito, dopo pochi anni di convivenza. La figlia, che Luma aveva voluto chiamare con un nome che fosse tanto italiano quanto brasiliano, Olga, faceva foto solo con il cellulare e comunque aveva altri interessi. Non avrebbe mai accettato di vivere a Milano e ancor meno di lavorare con il padre. Il sole, il mare, le spiagge di Rio erano per lei la vita e non avrebbe mai cambiato neppure per tutto l'oro del mondo. Aveva appena compiuto 26 anni e Federico le aveva regalato una reflex, sperando che questo la invogliasse a fare delle fotografie decenti. Ma era chiaro che non era portata, anzi non gliene fregava proprio niente. Federico temeva che la Nikon sarebbe rimasta a lungo in un cassetto, inutilizzata. Evidentemente Olga, che era nata prima che Federico e Luma si sposassero, aveva preso dalla madre che, appena sbarcata a Milano era rimasta scioccata dal clima, dalla gente, dal modo di vivere dei milanesi. L'idea di tornare in Italia era venuta a Federico dopo che la sua agenzia era fallita e le banche lo braccavano come un animale selvaggio. A Milano aveva tanti amici e avrebbe potuto ricominciare tutto da capo. Per convincere Luma a seguirlo le aveva promesso di sposarla, impegno che mantenne con un atto ufficiale in un cartorio, senza abito da sposa né fronzoli. Olga era ancora piccola ed era stata affidata ad una amica che aveva fatto anche da testimone. Avevano fatto il viaggio di nozze ad Angra dos Reis, perché la situazione economica non permetteva niente di più esotico. Federico aveva tentato di spiegare che Milano aveva sì un brutto clima ma, pur non essendo sfacciatamente appariscente come Rio, aveva una bellezza nascosta, che bisognava imparare a scoprire. Bastava guardare nei cortili, alzare lo sguardo verso i giardini pensili, entrare nelle chiese, apprezzare gli aspetti culturali e la gente "col coeur en man". A Luma la cultura interessava poco e di gente con il cuore in mano non ne aveva mai incontrata, ma soprattutto sentiva la mancanza del sole, del mare e dell'allegria della sua città natale. Inoltre non si dava pace per aver lasciato lo studio di avvocati dove, appena laureata, aveva iniziato a far pratica. A Milano non avrebbe certo potuto fare l'avvocato, troppo diverse le leggi e poi la sua laurea non era riconosciuta in Italia. I primi screzi erano iniziati quando Luma si era resa conto di non poter contare a Milano su una donna di servizio fissa, come si usava in Brasile, ma di doversi sobbarcare tutte le incombenze della casa. Quando poi la bambina aveva cominciato ad andare all'asilo si era sentita sempre più sola, si annoiava a non far nulla tutto il giorno e non era riuscita a farsi delle amiche nuove. Federico lavorava molto e spesso non riusciva a pranzare a casa o tornava tardi la sera. Lui aveva anche pensato di ritrasferirsi a Rio, ma il rischio di un nuovo fallimento era troppo grande. Come avrebbe potuto ricominciare, senza soldi e con il suo nome nella lista nera delle banche? Milano era la città dove aveva vissuto prima di partire per il Brasile, dove aveva fatto l'Università senza riuscire a finirla e dove aveva i contatti giusti e il lavoro stava ingranando. Era riuscito ad accedere al tempio della pubblicità, dove circolava parecchio denaro. Ci voleva solo pazienza e tenacia, due doti che non gli mancavano. Resta il fatto che a un certo punto, per motivi che ancora oggi faceva fatica a capire, sua moglie era tornata in Brasile con la bambina e lui non aveva fatto niente per fermarla. Avrebbe potuto rivolgersi ad un avvocato, per cercare almeno di avere la custodia della figlia, ma vi rinunciò. Era talmente sotto choc che sembrava quasi non importargli più niente di nulla. Passò il più brutto periodo della sua vita, anche perché era molto innamorato di Luma e l'idea di averla persa lo faceva uscire di senno. Era molto affezionato anche alla piccola Olga, alla quale, le sere in cui riusciva a tornare a casa non troppo tardi, era solito raccontare storie fantastiche, dopo averla messa a letto. Cadde in depressione e gli amici più cari cominciavano a preoccuparsi seriamente per la sua salute mentale. Per fortuna il suo amore per la fotografia lo salvò. Piano piano riuscì a uscire dal tunnel, a ritrovare il suo equilibrio di sempre. Alcune sue foto piacquero molto, fece delle mostre e vinse dei premi, insomma la tanto agognata scalata al successo divenne ben presto una realtà. Luma, dopo essere tornata a Rio, aveva ripreso il suo lavoro presso lo stesso studio di avvocati nel quale aveva fatto il praticantato ed aveva divorziato da Federico che non si era opposto. Dopo parecchi anni aveva incontrato un imprenditore edile pieno di soldi, Agostinho detto Ago, che le aveva fatto una corte spietata per mesi. Alla fine si erano sposati ed erano andati a vivere a Leblon con Olga e una ragazza che il neo marito aveva avuto da una precedente relazione. Queste cose Federico le aveva sapute dalla figlia, perché con la madre parlava assai poco e quasi sempre di cose pratiche, come la scuola di Olga, le vacanze di Olga, il dentista di Olga, i corsi di inglese di Olga e così via. Dopo anni, sempre da Olga, aveva saputo che Luma si era separata anche dal secondo marito e che madre e figlia erano andate a vivere in un appartamento in affitto a Ipanema. Anche Estela amava il mare, ma più che il mare le piacevano i "dané", come aveva imparato a dire in milanese. Il suo era un mestiere che non durava molto, e voleva mettere da parte abbastanza soldi da poter tornare magari a Rio e mettere su un negozio di abbigliamento o qualcosa di simile. L'unico ostacolo a questo progetto era il suo ragazzo, Dado. Gli voleva bene, ma non avrebbe rinunciato ai suoi sogni per causa sua. Se le voleva altrettanto bene avrebbe potuto seguirla in Brasile. L’aveva conosciuto tramite Teo, e se ne era subito invaghita, forse perché sentiva il disperato bisogno di un uomo o forse perché aveva visto in quel bel giovanotto, elegante e gentile, la possibilità di avere un futuro in Italia. Si era quindi attaccata a lui come un naufrago ad una tavola di legno. Avevano cominciato a uscire insieme e Dado, che lavorava nel settore, le aveva anche dato una grossa mano e l'aveva introdotta negli ambienti giusti della moda e della pubblicità. La loro era una relazione atipica, spesso Dado spariva senza dare spiegazioni, ma al tempo stesso era geloso e tempestava Estela di domande, ad esempio quando le capitava di dover andare a cena con qualcuno per lavoro. Un giorno lei lo aveva affrontato a muso duro gridandogli che un rapporto per funzionare doveva anche essere basato sulla fiducia e che se lui non aveva fiducia in lei, come lei l'aveva in lui, allora sarebbe stato meglio andare ognuno per la sua strada. Se Dado pensava che bastasse esser bravi a letto per tenersi una donna allora non aveva capito niente della vita. Quella sfuriata sembrò funzionare, almeno per un po'. Il loro rapporto assunse una piega diversa dai primi tempi, lui diventò più aperto e si concessero reciprocamente una maggiore libertà. Beatriz si sentiva un po' annoiata. Le sue vacanze non erano state granché. La madre abitava a São Paulo, in un elegante quartiere residenziale dove Beatriz aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza. Aveva fatto gli studi in una scuola italiana, il Colégio Dante Alighieri, situato a pochi metri dalla Avenida Paulista, la via più importante di São Paulo, inaugurata alla fine dell' 800, la prima strada asfaltata della città. Era stata voluta fortemente dai produttori di caffè che l'avevano arricchita costruendo ai lati ville sontuose, poi demolite per far posto ai grattacieli. Aveva anche iniziato a studiare all'Università, ma il mondo le era poi crollato addosso con la morte del padre, avvenuta a seguito di una rapina nella banca dove lavorava come funzionario, e da quel momento nulla sarebbe più stato come prima. Dopo parecchi anni la madre si era risposata con uno di Curitiba, un certo Juscelino, nome voluto dal padre in onore del Presidente Juscelino Kubitschek, creatore di Brasilia, e da cui aveva avuto un altro figlio, Thiago, un ragazzo superficiale e presuntuoso che Beatriz non sopportava, anche se era il suo fratellastro. La ragazza non andava molto d'accordo neppure con il patrigno, un personaggio cinico e secondo lei anche un po' imbroglione, che non parlava d'altro che di soldi. L'atmosfera in casa diventava sempre più pesante. Quindi dopo essere stata assunta dalla banca dove aveva lavorato il padre, era andata a vivere per conto suo, dividendo un piccolo appartamento con un'amica. Comunque voleva molto bene alla madre e capiva che quelle sue visite annuali le facevano un gran piacere e quindi soffriva in silenzio. Sempre per amore filiale non aveva neppure fatto storie circa il fatto che la madre vivesse con la nuova famiglia nell'appartamento di sua proprietà. Il padre, anni prima di morire, quando era stato operato all'esofago, aveva infatti scritto di suo pugno un testamento nel quale lasciava alla figlia la proprietà del suo unico bene, l'appartamento di Via Rocha Azevedo, ed alla moglie l'usufrutto. Ma questa era un'altra storia. Beatriz non aveva trovato un volo diretto da São Paulo e aveva quindi dovuto fare scalo a Rio, città che detestava per la sua superficialità. Le piaceva fare un paragone tra le città italiane e quelle brasiliane: São Paulo come Milano, Rio come Roma e Bahia come Napoli, ma era solo un gioco. Si trattava di due universi totalmente differenti. Federico si divertiva ad osservare la gente. I ritratti erano una delle sue passioni fotografiche e con gli anni si era convinto di riuscire a capire cosa si celava dietro la maschera che indossiamo dalla nascita. Non era semplice. Alle volte feroci assassini avevano l'aspetto di bravi ragazzi e brutti ceffi si rivelavano poi buoni come il pane. Ma gli occhi erano rivelatori dell'animo, difficile mascherare l'emotività, i sentimenti. Per passare il tempo quindi Federico si divertiva ad osservare la gente. Avevano annunciato un leggero ritardo nel volo ed il viaggio era lungo. Era rilassato o forse rassegnato a lunghe attese, ma tanto aveva davanti un lungo weekend per riposarsi. A Milano nessuno lo stava aspettando. Aveva avuto una compagna per qualche tempo, ma poi era tutto finito. Dopo Luma non aveva più voluto risposarsi e in fondo stare solo non gli dispiaceva affatto. Non disdegnava peraltro avventure occasionali, talvolta anche con le sue modelle, alla faccia dell'etica professionale. Non era uno psichiatra che andava a letto con la sua paziente! Il più delle volte erano le ragazze a cominciare e lui trovava assurdo fare tanto il difficile. Tra l'altro gli anni passavano velocemente e la pensava come recita il detto popolare: ogni lasciata è persa. Osservando la gente si divertiva a catalogare i vari passeggeri in attesa dell'imbarco. C'era la famiglia brasiliana composta da padre, madre e due figli maschi tutti sovrappeso, per non dire obesi. I ragazzi passavano il tempo a giocare con il cellulare, piluccando contemporaneamente delle patatine fritte da un sacchetto, la mamma leggeva una rivista scandalistica brasiliana e il papà sonnecchiava. Erano vestiti con abiti lussuosi, ovviamente firmati, ma l'aspetto celava una cafonaggine di fondo che il denaro non riusciva a cancellare. C'era poi il manager italiano che leggeva il Financial Times, passeggero della Business Class molto probabilmente. Guardava tutti con aria un po' schifata chiedendosi cosa ci stava a fare un signore come lui in mezzo a tanti plebei. E c'era poi un gruppetto di giovani che rideva e scherzava. Una coppia di anziani che si teneva per mano. "Che tenerezza - pensò Federico - a me non succederà mai di sicuro". Ripensava alle donne della sua vita. A parte le prime cotte giovanili che non contano perché sono più che altro conseguenza di tempeste ormonali, nessuna donna gli aveva fatto venire voglia di mettere su famiglia. Finché non aveva conosciuto Luma. Lei era il calore di Rio, la ragazza di Ipanema, Jemanjà la regina del mare, madre di tutti gli Orixà, la gioia di vivere mista ad una sensualità naturale, non ostentata, anzi quasi celata per paura che gli uomini se ne accorgessero e pensassero chissà cosa di lei. Luma era un prodotto di Rio, la cidade maravilhosa che ricorda un teatro immenso, il cui palcoscenico sono le spiagge spaziose e le passeggiate a mare, dove gli attori recitano improvvisando liberamente e il fondale è l'oceano con le sue onde quasi sempre infuriate e travolgenti. Ma Rio è anche violenza e insicurezza, e Federico ne sapeva qualcosa, visto che una volta era stato rapinato in pieno giorno, davanti a São Conrado. Ragazzi provenienti dalla favela della Rocinha, la più grande del mondo, coi suoi 150.000 abitanti. Era divisa in bande di narcotrafficanti, Comando Vermelho, Amigos dos amigos, ed era anche il regno dei bicheiros, gli organizzatori del gioco del bicho, che era una specie di lotteria clandestina, legata ai nomi di animali, che utilizzava le estrazioni settimanali della lotteria nazionale. Era diffuso soprattutto tra la gente umile, che sperava, con un investimento minimo, di poter essere baciata dalla fortuna. I bicheiros non erano solo temuti, ma anche rispettati perché usavano parte dei loro illeciti guadagni per finanziare le scuole di samba che sfilavano nel sambodromo durante il carnevale. Quando aveva incontrato per la prima volta Luma abitava anche lui a Ipanema, erano bei tempi. Ricordava ancora come si erano conosciuti, presentati da un comune amico. Allora Luma aveva una specie di fidanzato, un compagno di università, ma non era tanto convinta di aver fatto la scelta giusta. Federico la martellò per mesi, riempiendola di regali e facendole il lavaggio del cervello. Era troppo innamorato per rinunciare a lei e alla fine la spuntò. Era così cotto che la prima volta che andarono a letto insieme non prese precauzioni e Luma rimase incinta al'inizio della loro relazione. Estela era un po' stanca. Aveva appena compiuto 37 anni e si rendeva conto che anche il suo fisico cominciava ad accusare gli strapazzi. Aveva scelto la compagnia di bandiera portoghese per motivi economici, ma sapeva che avrebbe dovuto fare uno scalo a Lisbona alle 5 del mattino e non sarebbe arrivata a Milano prima della tarda mattinata del giorno dopo, venerdì. Poteva anche permettersi la business class, ma i soldi li metteva tutti da parte ed evitava di sprecarli. Non avevano ancora annunciato il volo, quindi si trovò una sedia dove rilassarsi finalmente dopo una giornata di fuoco. Non era stata in vacanza. Un suo amico fotografo le aveva chiesto di fare un servizio sul carnevale che si sarebbe svolto tra poco. Si trattava di presentare dei costumi e pagavano bene, non poteva quindi rifiutare, anche perché il vero motivo del viaggio era quello di gettare le basi per una eventuale futura attività commerciale nel campo dell'abbigliamento, nella quale era coinvolta anche la sua vecchia amica Elza. Era anche riuscita a salutare rapidamente suo fratello, che viveva a Niteroy, ma si era fermata solo tre giorni a Rio. Non aveva detto niente neppure al suo ragazzo per evitare che le facesse troppe domande. Tanto sapeva che era all'estero per lavoro e non avrebbe potuto controllarla dal momento che nel residence dove abitava non aveva l'uso del telefono fisso. Appena sistemata, i pensieri svanirono dalla sua mente e si appisolò come un neonato dopo la poppata. Beatriz continuava a guardare l'orologio con una leggera apprensione, avevano annunciato un piccolo ritardo, ma sapeva bene come andavano certe cose. Non ti dicono mai la verità e il ritardo spesso aumenta senza che i poveri passeggeri ne conoscano i veri motivi. Problemi tecnici, ritardato arrivo dell'aeromobile, traffico sulla pista, insomma c'è sempre qualche scusa pronta. Aveva detto in banca che sarebbe andata a lavorare il venerdì pomeriggio, c'era una riunione importante dopo l'orario di chiusura, e non voleva assolutamente mancare. Era in predicato per una promozione e la sua assenza alla riunione avrebbe fatto sicuramente imbestialire il suo capo, che aveva un carattere piuttosto spigoloso, per usare un eufemismo, quindi stava sulle spine. Se perdeva la coincidenza a Lisbona non avrebbe più trovato un volo che le permettesse di arrivare in tempo, quindi, pur essendo agnostica, sperava che qualche Orixà le desse una mano. Non che credesse nella Macumba, non era mica baiana, ma talvolta le piaceva pensare che ci fosse lassù qualcuno o qualcosa che avesse la capacità di proteggerla. Forse era suo padre a tenerla sotto la sua ala protettrice. Quando era morto lei aveva sofferto moltissimo e per anni aveva mantenuto l'abitudine di andare al cimitero dove era sepolto e gli raccontava della sua vita, delle sue speranze, delle sue delusioni. Confidenze che raramente faceva alla madre. Come le mancava! Ancora adesso, dopo tanti anni, soprattutto nei momenti in cui si sentiva un po' sola, pensando a suo padre si metteva a piangere. Non era giusto. Le avevano portato via la persona più gentile del mondo, alla quale voleva un sacco di bene e nessuno avrebbe mai potuto rimpiazzarlo. Sul pannello delle partenze intanto il ritardo del volo TP 0074 era passato da 15 a 25 minuti. Di hostess e steward in giro neppure l'ombra. Beatriz cominciava a preoccuparsi e le dava molto fastidio essere trattata come un pacco postale. La sua timidezza di fondo le impediva di alzarsi e andare a cercare qualche addetto che potesse darle delle spiegazioni. Ormai aveva passato il controllo della polizia e fatto il check-in da un pezzo e nell'area imbarchi non aveva visto sportelli informazioni. Pensò che sicuramente avrebbe provveduto qualche passeggero più intraprendente di lei a chiedere ragguagli e cercò di prendere le cose con filosofia, come le diceva la mamma che quand'era bambina aveva fatto di tutto per farle vincere le sue insicurezze. Estela si era seduta proprio di fronte a Federico che la guardava di sottecchi. Quando si accorse che aveva chiuso gli occhi si mise a osservarla meglio, sperando di non dare l'impressione di essere un vecchio mandrillo. La ragazza era veramente splendida, anche se qualche rughetta intorno agli occhi, forse dovuta alla stanchezza, rivelava un inizio di perdita della freschezza giovanile. Portava in braccio un giubbotto di piumino d'oca di marca, dal momento che a Milano era pieno inverno, ed i pantaloni lunghi impedivano di vedere le gambe, ma Federico non faticava ad immaginare che fossero splendide, come il resto. Sotto la camicetta si intravedeva un seno ben proporzionato, che non aveva bisogno del sostegno di un reggiseno. Insomma una vera opera d'arte. A proposito di Milano, prima aveva sentito dire da un passeggero che nel nord Italia stava nevicando, cosa d'altra parte piuttosto prevedibile in gennaio. Malpensa, dove sarebbe atterrato dopo lo scalo di Lisbona, era abbastanza attrezzata per la neve, ma "abbastanza" alle volte non era sufficiente. Gli era già capitato di essere dirottato a causa della neve, comunque non aveva fretta di arrivare a destinazione. Restava il fastidio dell'attesa, ma era già preparato a un viaggio di molte ore e in un certo senso rassegnato. Guardando Estela con più attenzione di quello che aveva fatto prima, gli venne in mente che forse quel volto e quel corpo li aveva già fotografati, ma non era sicuro. Un tempo era molto fisionomista, ora, passato da un pezzo il mezzo secolo, cominciava a ricordare meno. Il fatto è che con il suo mestiere aveva incontrato e fotografato tanta di quella gente, che difficilmente riusciva a ricordarne i volti e le fisionomie. Decise di andare in bagno prima che iniziasse l'imbarco. Si portò dietro il trolley perché dentro aveva la sua attrezzatura fotografica. Guardandosi nello specchio vide un signore dai capelli ancora folti e ricci, ma con un colore che da grigio stava passando inesorabilmente al bianco. Il viso, a parte un po' di rughe, segno di una vita vissuta intensamente, era ancora abbastanza giovanile. Nessuno riusciva ad indovinare la sua età, pensavano tutti che avesse parecchi anni di meno, anche perché lui ci teneva a tenersi in forma e stava attento a non ingrassare. Aveva sempre avuto un fisico asciutto e da ragazzo aveva il complesso di essere troppo magro. Si era quindi messo in testa, contro il volere dei suoi genitori, di andare in una palestra a tirare di boxe, anche per imparare a difendersi meglio da certi compagni di scuola che avevano la tendenza a fare i bulli. Ovviamente dopo pochi scontri qualcuno gli aveva rotto il naso, che era rimasto leggermente schiacciato. Da quel giorno era passato al Judo, uno sport meno violento e forse più utile come difesa personale. I passeggeri stavano cominciando a dare segni di nervosismo quando annunciarono che il ritardo era confermato ma che l'aeromobile proveniente da Lisbona era finalmente atterrato. Era un Airbus A330 che Federico conosceva bene perché una volta aveva fatto un servizio per conto della Municipalità di Tolosa che includeva immagini del posto dove nascono queste macchine volanti che avevano sempre suscitato la sua curiosità e ammirazione. In Francia si sentiva a suo agio. Sua madre era di Nizza e prima di morire gli aveva lasciato in eredità un appartamento sulla Promenade des Anglais, ma era da ristrutturare e aveva preferito venderlo così com'era. Aveva acquistato in seguito un piccolo appartamento a Mentone, ben prima dell'invasione dei piemontesi, quando i prezzi erano ancora abbordabili e amava andarci spesso durante il week end e soprattutto d'estate. Ci aveva anche portato un bel po' di donne di ogni risma, signore sposate, modelle, ragazze e una volta anche un'attrice che sarebbe poi diventata abbastanza famosa. Aveva ancora in qualche cassetto delle sue foto senza veli, avrebbe potuto venderle a qualche giornale scandalistico, ma non era il tipo che faceva cose del genere. Aveva successo con le donne anche perché si era creato la fama di uno che non parla mai delle sue avventure, non si vantava come facevano certi suoi colleghi che lavoravano soprattutto nel campo delle riviste di moda. E le donne apprezzavano molto la sua discrezione e dicevano anche che lui sapeva toccare il profondo del loro animo. Da molte era stato amato talvolta in maniera esagerata, alcune gli avevano chiesto sfacciatamente di sposarle, una aveva addirittura tentato il suicidio per lui, o almeno così sembrava. Ma lui aveva sempre resistito forse perché toppo vivo era il ricordo di Luma, per ironia della sorte l'unica donna di cui era stato veramente innamorato e anche la donna, la moglie che l'aveva lasciato. Pensare a questi eventi dolorosi del passato gli faceva male, pensò ben quindi di farsi una partitina a burraco sul suo smart phone per far passare il tempo. Appena le hostess della TAP si avvicinarono al gate di imbarco una moltitudine di passeggeri si alzò come se avessero suonato la tromba della carica e si mise ordinatamente in fila davanti agli sportelli. Federico, la prima volta che era arrivato in Brasile si era stupito delle code ordinate che si formavano davanti alle fermate degli autobus. Si aspettava un comportamento così magari a Londra, ma non certo in un Paese latino americano. In Italia a volte doveva discutere agli sportelli perché trovava spesso quello che si credeva più furbo degli altri e cercava di non rispettare la coda. In Brasile questo succedeva raramente, e da qui erano iniziati parecchi ripensamenti ed autocritiche che l'avevano costretto a rivedere tutti i pregiudizi che aveva prima di partire. Gli addetti della Compagnia di bandiera portoghese, forse consci del fatto che la gente si era innervosita per il ritardo, furono bravissimi ed estremamente veloci. Federico si ritrovò, come aveva chiesto, nella poltrona davanti all'uscita d'emergenza. Chiedeva sempre quel posto che gli permetteva di distendere le gambe, visto che le aveva piuttosto lunghe. L'airbus si riempì velocemente. Federico sperava in cuor suo che non si sedesse accanto a lui un grassone come gli era successo una volta, rendendogli il volo un inferno. Si avvicinò una biondina graziosa, che con il tagliando della carta d'imbarco in mano cercava il suo posto, proprio quello vicino a lui e Federico ringraziò la buona sorte. Sicuramente la ragazza non avrebbe russato durante la notte e non aveva con sé un neonato piagnucolante. Con lo sguardo cercava la bruna che aveva attirato tanto la sua attenzione, ma forse non si era svegliata e avrebbe perso l'aereo. Federico invece arrivava sempre in anticipo. Luma, che era una persona calmissima, diceva che era un po' nevrotico e forse non aveva tutti i torti, ma sul lavoro la sua puntualità era molto apprezzata ed era servita ad accrescerne la fama di professionista serio ed affidabile. Non si poteva dire lo stesso delle modelle, che spesso si presentavano in ritardo, assonnate e con delle facce che poi ci voleva mezz'ora di trucco e parecchi caffè prima di farle tornare normali. Ma in genere erano talmente belle e giovani che sarebbero state fotogeniche comunque. E poi non erano più i tempi delle pellicole quando andava a ritirarle al laboratorio di Via Savona con l'ansia che non fossero venute bene. Adesso con il digitale era possibile vedere subito se le foto erano buone e poi c'era sempre Photoshop che dava una mano. Com'era diventato tutto più facile! Ormai fotografavano tutti (meno sua figlia Olga) e si sentivano tutti dei Cartier-Bresson. A Milano ogni tanto organizzava dei corsi, cosa che lo divertiva molto. Forse da vecchio si sarebbe dedicato solo a quello o magari avrebbe scritto un libro di fotografia. Stava ancora vagando con la mente quando la bruna, un po' trafelata, fece finalmente la sua apparizione. La accompagnava una hostess con un leggero sguardo di rimprovero, visto che avevano dovuto chiamarla con l'altoparlante e poi accompagnarla all'aereo, ma lei non sembrava affatto sconvolta dalla cosa. Prese posto vicino alla biondina e Federico in cuor suo pensò che sarebbe stato sicuramente un viaggio piacevole, in compagnia di due belle ragazze. La bruna si allacciò la cintura e si rimise a dormire. Federico aveva sempre invidiato le persone con la capacità di addormentarsi in fretta. Lui era un nottambulo e dormiva pochissimo, ma la mattina riusciva comunque a svegliarsi presto, fresco come una rosa. Tirò fuori dalla borsa un vecchio libro che l'aveva molto colpito da ragazzo, "Il terzo occhio" di Lobsang Rampa, e si preparò ad attraversare l'oceano a oltre 30.000 piedi di altezza. Anche Beatriz si riteneva fortunata. Il signore alla sua destra aveva l'aria per bene, doveva essere italiano, visto che leggeva un libro dal titolo in italiano, ed era un bel tipo, anche se non più tanto giovane. Meglio così. Non che pensasse che avrebbe potuto importunarla, ma aveva avuto in passato sgradevoli esperienze con ragazzi italiani piuttosto cafoni e insistenti. Di quelli che portano il foulard anche a letto, per intenderci, e che sfoggiano tatuaggi nei posti più impensabili. Il suo ragazzo per fortuna non era così. Aveva un tatuaggio minuscolo dietro una spalla che aveva fatto anni prima e d'altronde l'ambiente dove lavorava non permetteva stranezze tipo piercing o tatuaggi vistosi. Alla sua sinistra si era poi seduta la bruna che aveva notato nella sala d'aspetto. Il suo profumo aleggiava nell'aria, ma non era fastidioso, anzi le ricordava il mamão, la papaya dell'Amazzonia, il frutto che suo padre le faceva mangiare tutte le mattine per vincere la stitichezza che l'affliggeva. Era uno splendore. Le labbra carnose, il colorito abbronzato, il naso regolare, insomma una ragazza da copertina di Vogue. Se un giorno le fosse mai venuto in mente di andare con una donna le sarebbe piaciuto un tipo simile. Ma erano solo fantasie. Si sentiva profondamente eterosessuale. Le piaceva molto fare l'amore con il suo ragazzo, Davide. Lui aveva capito da subito che lei aveva qualche problema di timidezza ed era stato molto dolce sin dall'inizio. Questo era uno dei motivi per cui se ne era innamorata, anche se per certi altri aspetti non lo riteneva il suo uomo ideale. Un po' troppo egocentrico e concentrato sul lavoro. Ma aveva molto sofferto la solitudine i primi tempi in cui si era trasferita a Milano e non intendeva restare di nuovo sola. Stava per compiere quarant'anni, un'idea che la sconvolgeva. Anche se ne dimostrava molti di meno, si rendeva conto che il futuro era già dietro alle sue spalle. Anche per questo motivo lasciava a Davide lo spazio che esigeva, cercava di non soffocarlo con il suo amore, però non sempre era ricambiata, anzi quasi mai. Davide era geloso e le aveva fatto delle scenate senza motivo. Forse prima o poi avrebbero dovuto parlare, cosa che facevano poco, visto che Davide sembrava pensasse solo al sesso. Il decollo fu perfetto e ben presto l'Airbus si stabilizzò alla quota di crociera. I tre passeggeri della fila 18 ai posti A B e C non avevano ancora scambiato una sola parola. Estela dormiva, Beatriz giocava con il tablet e Federico leggeva. Solo la distribuzione del menu per la cena e la colazione dell'indomani mattina riuscì a risvegliare la loro attenzione. «Stavo forse russando?» chiese Estela a Beatriz in portoghese. Quest'ultima riconobbe l'accento carioca che le piaceva molto perché era, come dire, molto fluido e musicale. Le "r" raschianti, le "s" sibilanti e le "d" dentali erano infatti tipiche del modo di parlare degli abitanti di Rio. La domanda colse alla sprovvista la biondina che se la cavò con un sorriso e un «não» detto a mezza bocca. «Quando sono molto stanca mi capita di russare. Non ci posso fare niente. ma mi scoccia» insistette la bruna «e siccome passeremo la notte in viaggio e penso che dormirò tutto il tempo, svegliami pure se do fastidio.» Beatriz era combattuta: da una parte avrebbe chiacchierato volentieri con quella ragazza carina che sembrava tutt'altro che stupida, solo un po' esuberante, dall'altra aveva paura che se le avesse dato corda sarebbe diventata invadente. Il viaggio era lungo e non se la sentiva di passare il tempo a parlare, magari di moda o di banalità. Estela sembrava aver letto nel pensiero di Beatriz, perché prese una rivista e si mise a leggere. Per un po' le due donne si ignorarono, ognuna presa dai propri pensieri. Il ghiaccio fu rotto definitivamente al momento degli aperitivi. Estela si fece servire un vino verde portoghese, imitata da Beatriz. Federico si sarebbe fatta volentieri una bella caipirinha, ma si dovette accontentare di una birra. A questo punto fu proprio lui, che fino a quel momento era stato ignorato dalle due brasilane ad attaccare discorso. «Vi disturbo se apro l'aria?» chiese in portoghese, perché pensava che le due ragazze fossero dirette a Lisbona e non parlassero italiano «Fa piuttosto caldo non trovate?» Beatriz si limitò a dire che non le importava, invece Estela, sentendo l'accento italiano si esibì nella lingua che a Milano era riuscita ad imparare in meno di un anno e chiese a sua volta: «anche tu vai a Milano?» Federico si sentì spiazzato. Non che pensasse di passare per un brasiliano, anche se il suo accento non era poi così orribile, ma lo stupì piacevolmente la disinvoltura della ragazza, che evidentemente aveva capito subito che era italiano e non temeva di passare per sfacciata. Esuberanza brasiliana - pensò - ricordando che in Brasile si dava il tu o meglio il você con molta più facilità che in italiano e la ragazza aveva tradotto dal brasiliano. Non si sentì affatto offeso per l'uso del "tu", si era accorto di stare invecchiando quando i giovani, che spesso frequentava per lavoro, cominciavano a dargli del lei. Un tempo la cosa lo infastidiva, ora non più, ci aveva fatto l'abitudine. Beatriz ascoltava restando in silenzio, ritenendosi fortunata per aver trovato due compagni di viaggio apparentemente "normali". Pensava quasi di ceder il suo posto alla bruna, visto che si trovava nel sedile di mezzo e si sentiva accerchiata, ma le scocciava chiedere e preferì starsene tranquilla in attesa della cena. Forse grazie all'alcol o all'atmosfera che comunque era gioviale e rilassata, dopo un po' anche Beatriz si tranquillizzò finalmente e pensò di unirsi alla conversazione. Federico aveva scoperto che la bruna faceva la modella a Milano e quando disse di fare il fotografo sia nel campo della moda che della pubblicità si sentì fare un elenco di persone che avrebbe dovuto senz'altro conoscere. Tra queste c'era anche il suo amico Teo, art director in un'agenzia di pubblicità, ma si guardò bene dal dire che lo conosceva. Estela aggiunse che le sembrava di aver già fatto delle foto con Federico e questi rispose che era possibile, ci avrebbe riflettuto sopra, cercando di ricordare. Beatriz si sentiva un po' tagliata fuori, quindi cercò di cambiare discorso chiedendo se avevano saputo della neve a Malpensa. A Federico piaceva chiacchierare con la gente, quando fotografava qualcuno o qualcuna passava prima molto tempo a parlare. Gli piaceva capire le persone, entrare nel loro intimo, studiarle prima di iniziare a scattare. Non erano molte quelle che riuscivano a interessarlo o ancor più a stupirlo, ma adesso non stava lavorando. Si trattava di passare qualche ora senza annoiarsi e la compagnia gli sembrava gradevole. A parte i risvolti sessuali, con le donne si era sempre trovato bene, molto meglio che con i maschi. Nel caso specifico le due donne sedute vicino a lui sembravano tutt'altro che stupide. Anche Beatriz era passata all'italiano, ma usando correttamente il lei. "Forse una forma di cortesia nei riguardi di una persona più anziana" pensò Federico, che odiava quella parola, anche se ormai aveva 56 anni: dentro di sé si sentiva un quarantenne, con ancora tante curiosità e tanta gioia di vivere. «La neve?» rispose a Beatriz «sì ho sentito che sono previste nevicate in tutto il nord Italia. Speriamo bene. Alla peggio mi fermo a Lisbona che è una città che ha per me un gran fascino, soprattutto dal punto di vista fotografico». «Per carità» replicò la biondina «ho una riunione importante nel pomeriggio a Milano e non posso assolutamente mancare.» Passando al portoghese e chiamando la sua vicina meu bem Estela dichiarò che a Lisbona non era mai stata, ma che aveva un'amica portoghese che l'aveva invitata un sacco di volte e magari poteva fermarsi un giorno e farle visita. Le avevano detto che si mangiava bene, soprattutto il bacalhau. «Però parlano ben strano» aggiunse «sembra che si mangino le parole, e poi sono sempre così seri!» Effettivamente - ragionò Federico - tra i Portoghesi e i Brasiliani c'era un bella differenza. Bastava pensare alla loro musica, Fado contro Samba. Pian piano però il modo di vivere brasiliano stava affascinando i portoghesi. Le telenovelas brasiliane erano molto seguite in Portogallo. I colonizzati che diventavano colonizzatori. Era un po' come aveva studiato a scuola a proposito dei greci che, conquistati militarmente dai romani, li avevano poi a loro volta conquistati culturalmente. Si ricordava ancora la frase latina che aveva studiato a scuola: Grecia capta ferum victorem cepit. Pensava quasi di fare sfoggio della sua cultura classica per sbalordire le ragazze, ma probabilmente avrebbe solo fatto la figura del vecchietto pedante. Coi giovani bisogna cercare di usare il loro linguaggio, senza esagerare però. Pensava agli sms che gli mandava sua figlia Olga: xau per dire ciao, agr per dire ora (agora) dp per dire dopo (depois) pv per dire per te (para você). Lui si era sempre rifiutato di adeguarsi e per questo la figlia lo prendeva un po' in giro. Dopo la fuga di Luma i suoi contatti con la figlia per un certo periodo erano stati veramente sporadici. Crescendo però Olga chiedeva sempre del padre e Luma non si era opposta al fatto che si vedessero. Per questo Federico andava spesso in Brasile e aveva invitato qualche volta la figlia a venire in Europa. Due giorni a Milano e il resto della vacanza a Mentone. Conoscendo l'amore della figlia per il mare ed il sole sapeva che a Milano si sarebbe annoiata. Ogni tanto si divertivano ad andare al mercato di Sanremo, sua città natale, dove gli era rimasto qualche amico dei tempi della scuola. D'estate andavano in giro con il suo gommone e aveva cominciato anche ad insegnarle ad andare sott'acqua con le bombole. Finalmente avevano trovato una passione in comune, e questo li aveva fatti sentire più vicini. Infatti Federico era istruttore sub e ogni anno, con un gruppo di amici, faceva un viaggio in mari lontani. Si divertiva anche a fare foto subacquee, ma esclusivamente per il proprio piacere: non erano in vendita. Distratto dai suoi pensieri Federico si accorse tardi che Estela gli stava ancora parlando di Lisbona e della sua amica. Per fortuna l'arrivo degli assistenti di volo con la cena lo dispensò dall'obbligo di rispondere. Il cibo non era poi così male, considerando il fatto che si trovavano nella classe economica, e gli alcolici erano gratuiti. Dopo cena si concesse un whisky, nella speranza che lo aiutasse a prendere sonno. Il film che proiettavano era una commedia americana demenziale e si rifiutò di vederla. Estela dopo cena si coprì con il piumino, mise gli auricolari nelle orecchie, la mascherina sugli occhi e si addormentò di botto, russando leggermente. Beatriz appariva nervosa, tentava di leggere un libro sul tablet, ma si vedeva che non riusciva a concentrarsi sulla lettura. «Anche lei fa fatica a dormire?» le chiese Federico nel tentativo di fare un po' di conversazione. Non voleva sembrare invadente, temeva di essere mal interpretato, ma la sua vicina aveva un viso interessante ed un'aria intelligente e gli sarebbe piaciuto conoscerla meglio. «No, sono solo preoccupata per questa notizia della neve a Malpensa.» rispose Beatriz alzando i suoi occhi azzurri e accennando un timido sorriso «Come ho detto devo assolutamente essere a Milano entro domani pomeriggio» «Posso chiederle che lavoro fa, se non sono indiscreto?» «Mi occupo di private banking» rispose Beatriz «insomma di investimenti e di Borsa» «Allora magari può darmi qualche consiglio, io con la Borsa ho sempre avuto un pessimo rapporto e da un po' ne sto alla larga» «Guardi è semplicissimo, basta comprare quando i titoli sono bassi e poi rivenderli quando salgono» Federico non riuscì a trattenere una risata e pensò che, nonostante l'apparente timidezza, la biondina sapeva anche essere spiritosa. «Ovviamente scherzavo» continuò la ragazza «non è facile investire in Borsa, soprattutto in questi tempi di crisi. Ma non ci sono solo le azioni, ci sono molti altri modi per risparmiare senza correre troppi rischi. Attualmente però i tassi sono molto bassi.» Federico ricordava che i primi anni in cui viveva in Brasile l'inflazione aveva raggiunto cifre da capogiro e i tassi di interesse di conseguenza erano pazzeschi. Era difficile lavorare in quelle condizioni e infatti l'agenzia che aveva creato a Rio aveva avuto problemi anche per gli interessi troppo gravosi che doveva pagare alle banche, mentre faticava a riscuotere dai clienti. Tempi veramente difficili. Beatriz trovava gradevole conversare con quel signore gentile e simpatico. Magari riusciva a farlo diventare suo cliente, non si può mai dire. Il suo compagno, Davide, era di tutt'altro genere. Un po' lunatico, alle volte anche prepotente, però quando era in vena era fantastico e c'erano dei momenti in cui lei si sentiva davvero innamorata. Chissà se sarebbe venuto a prenderla all'aeroporto. Sapeva che era a Londra per lavoro, ma doveva tornare proprio l'indomani. Alle volte sapeva anche essere piacevole, ma era comunque imprevedibile. Si faceva sempre perdonare perché era un bel tipo e sapeva di esserlo, al punto di essere quasi narcisista. I primi tempi a Milano erano stati veramente duri. Non conosceva nessuno, era sempre sola, lavorava come una pazza e non le piaceva la città. L'unica proposta di uscire le era venuta da un collega, non solo bruttino, ma squallido di testa, con un modo di ragionare da travet che a Beatriz faceva orrore. Poi aveva conosciuto Davide, che aveva curato una piccola campagna pubblicitaria per conto della sua banca. Era stata una paquera in piena regola, come dicevano dalle sue parti per indicare il corteggiamento. E lei era caduta come una pera matura, non aveva neppure tentato di opporre un rifiuto al primo sfacciato invito a uscire. E non solo, aveva trasgredito ad una regola che si era imposta e che aveva sempre osservato scrupolosamente: mai andare a letto al primo appuntamento. Insomma aveva fatto proprio la figura che non voleva fare. Apparire come una ragazza facile, proprio lei che invece aveva sempre tenuto i maschi a debita distanza. Ma era rimasta sola per troppo tempo e probabilmente quella sera il suo corpo produceva massicce quantità di estrogeni. Si aspettava poi una reazione tipo "una botta e via" invece Davide l'aveva cercata ancora e avevano cominciato a vedersi con una certa regolarità. Mentre correva con il pensiero a quell'incontro accaduto ormai più di un anno prima, l'aereo cominciò a vibrare e poi a subire scossoni causati da vuoti d'aria. Il pilota annunciò la presenza di turbolenze, invitò i passeggeri a tornare ai propri posti e ad allacciare le cinture. A Beatriz venne spontaneo afferrare il braccio del suo vicino di posto. Non che avesse proprio paura, ma la presenza di un uomo al suo fianco la rassicurava. Federico considerò quel gesto normale in una persona che aveva forse un po' di paura di volare e non gli attribuì altri significati. La biondina poteva essere quasi sua figlia. Però il gesto parve rinforzare quel legame "spirituale" che si stava creando tra loro e Federico ne fu felice perché si era accorto che viaggiavano sulla stessa lunghezza d'onda. Estela non si era accorta di nulla. Aveva bofonchiato un "qué pasa?" e si era rimessa a dormire. Doveva essere proprio stanca. 2 A molti chilometri di distanza l'account executive Davide Lamberti, in missione a Londra per conto della sua agenzia, stava gustando una birra doppio malto al Windsor Castle, uno dei più famosi e antichi Pub di Kensigton. L’atmosfera era quella tipica dei pub inglesi di una volta. Aveva ordinato Sausage and mustard mash, uno dei piatti tipici del locale. Era sera, aveva appena finito il suo lavoro lasciando tutti soddisfatti, e si sentiva euforico. Se fosse riuscito ad andare a dormire presto magari avrebbe potuto prendere un volo di prima mattina per Malpensa, dove aveva lasciato il suo SUV. Non aveva ancora deciso se aspettare Beatriz, in arrivo da São Paulo in tarda mattinata. Si sarebbe posto il problema l’indomani. Adesso voleva rilassarsi, pensò mentre assaporava le sue salsicce di maiale con puré di patate. Stava ordinando un’altra birra quando si accorse della bionda che lo stava fissando. Era piuttosto prosperosa, una bonazza, come si diceva dalle sue parti. Aveva l’aria leggermente alticcia, ma non abbastanza da renderla sgradevole, tutt’altro. Emanava una certa sensualità, un po’ insolita per una inglese e comunque anche lui di birre se ne era fatte parecchie e pensava di finire la cena con un bel whisky di malto. D’altra parte quale luogo migliore per gustare una delle sue marche preferite? Decise di avvicinarsi alla bionda e offrirle da bere. Raramente gli era successo che filasse tutto liscio, di solito lo mandavano a quel paese o facevano le difficili o giocavano per un po’ prima di accettare. La donna invece non aspettava altro, accettò volentieri il drink e iniziò a parlare con una inflessione che Davide non seppe riconoscere. Il suo inglese era discreto, riusciva a distinguere l’accento americano da quello inglese o lo scozzese dal cockney, il dialetto parlato a Londra, ma in questo caso non riusciva a classificare la sua interlocutrice. La donna, che doveva avere una quarantina d’anni o poco meno, disse di chiamarsi Caren o qualcosa di simile, di essere gallese e di essere titolare di una Real Estate, un’agenzia immobiliare. Era venuta a Londra per concludere una vendita e sarebbe dovuta andare a dormire da un’amica che viveva a Chelsea, ma non ne aveva molta voglia perché si sarebbe trovata in una situazione imbarazzante. L’amica stava con un tizio che non era neppure tanto simpatico ed a Caren non andava di fare il terzo incomodo. Mancava solo che gli dicesse che numero di scarpe portava – pensò Davide – e poi il quadro era completo. Quasi senza accorgersene si trovarono a passeggiare nella neve che stava cadendo abbondantemente, nella inutile speranza di trovare un taxi libero. La ragazza aveva un cappottino striminzito che copriva a malapena le sue grandi tette e una minigonna che le lasciava le gambe scoperte. Trascinava un borsone che aveva l'aria di essere piuttosto pesante e Davide, che si chiedeva come facesse la ragazza a non sentire freddo, si offrì di portarlo. Lui indossava un piumino termico ultra moderno e stava appena bene così. Se Caren fosse stata più sobria e avesse ragionato con razionalità probabilmente non avrebbe accettato l’invito di quell’italiano sconosciuto. Le sembrava però una persona a posto, non certo un maniaco ed era da parecchio tempo che lei non aveva rapporti sessuali. Aveva divorziato un paio di anni prima, non aveva figli e aveva quindi concentrato tutte le sue energie sul lavoro. Una piccola pazzia non avrebbe certo cambiato la sua vita. La prime cose che aveva notato dell’italiano erano i capelli un po’ lunghi, neri, lisci e ben curati, l’eleganza e il suo modo di ridere: un ragazzo affascinante, ben diverso da quelli che conosceva nella sua città, che pensavano solo a ubriacarsi il sabato sera ed a parlare di sport. Prima del previsto si ritrovarono in un’elegante stanza d’albergo, piccola ma ben ristrutturata e con un bel letto matrimoniale. Infreddoliti e stanchi si buttarono sul piumone come due naufraghi sfuggiti a una tempesta e sbattuti dalle onde su una spiaggia tropicale. Si baciarono con avidità. Si tolsero i vestiti velocemente. Caren sembrava una statua di marmo, bianca come il latte e con due seni che il reggiseno, anch’esso bianco, sosteneva a stento. Quando se lo tolse Davide rimase come abbagliato. Pensava ai sogni erotici della sua adolescenza, e avrebbe voluto affondare il suo viso in quelle montagne di carne, tornare neonato e farsi allattare da questa balia dagli occhi azzurri. Caren percepì l’eccitazione del suo partner occasionale, ne intuì il desiderio e si chinò su di lui, che la assecondò felice. Lui pose una mano tra le cosce di lei, che si stavano inumidendo, alla ricerca dell'origine della vita, della sorgente da cui sgorgano tutti i piaceri del mondo. Da perfetti sconosciuti, forse aiutati dalla capacità disinibente dell’alcol, si esplorarono a vicenda, si accarezzarono, si toccarono nelle zone più nascoste alla ricerca di un godimento quasi tragico. Si spalancarono le porte del castello magico dove tutto è permesso e tutto è possibile, senza inibizioni o timidezze di sorta. Cavalcarono insieme attraverso le praterie del desiderio fino all’estremo, finché la spossatezza non li fece crollare in un sonno liberatore, nel completo abbandono del corpo e della mente. Alle prime luci dell’alba, Davide si svegliò cercando inutilmente Caren al suo fianco. Sul comodino c'era un biglietto: “É stato bello, grazie. Non lo dimenticherò. Devo prendere un treno e non voglio svegliarti. Bye.” Non aveva lasciato un numero di telefono, probabilmente era sposata - pensò Davide – e temeva che lui avrebbe tentato in seguito di contattarla. Comunque aveva ragione, era stato veramente bello e l’idea che non l’avrebbe più rivista lo rattristò. Ma era talmente stanco, dopo la notte d'amore e le abbondanti libagioni, che si riaddormentò come un sasso. Sul voloTP0074 intanto la maggior parte dei passeggeri dormiva. A parte Estela che non aveva mai neppur cambiato posizione, anche Federico e Beatriz si erano finalmente appisolati. L’aereo aveva raggiunto la quota massima di 10.700 metri e una velocità di quasi 900 km/h. I venti contrari avevano rallentato il volo per alcuni tratti e il comandante aveva previsto che sarebbero riusciti a recuperare il ritardo solo parzialmente. L’annuncio della colazione svegliò tutti. Qualche passeggero corse in bagno, qualcuno si alzò per sgranchirsi le gambe, qualcun altro si affacciò al finestrino nella speranza di riuscire a vedere qualcosa, ma l’Airbus stava sorvolando l’oceano atlantico e il cielo era ancora scuro. Dei tre vicini di poltrona, Estela era indubbiamente quella più sveglia. Cominciò a parlare, un po’ in portoghese e un po’ in italiano. Prese di mira soprattutto Federico, le interessava anche dal punto di vista professionale, sperava magari di farsi fare un bel book fotografico, visto che il suo ormai era un po’ invecchiato. A mente fresca le era venuto in mente che effettivamente l’aveva conosciuto durante una campagna pubblicitaria per una ditta di abbigliamento, ma in quell’occasione tra modelli e modelle erano una ventina e Federico non avrebbe potuto ricordare tutti. Si chiese se avesse un sito e si ripromise di controllarlo appena avesse avuto accesso a Internet. A parte le sue indubbie capacità professionali era comunque un tipo simpatico e le sarebbe piaciuto conoscerlo meglio. Avevano parlato poco, lei era troppo stanca, ma ora avrebbero fatto sosta a Lisbona e ne avrebbe approfittato per fare un po’ di conversazione. Sul volo Lisbona Malpensa avrebbero avuto sicuramente altri posti e poi non si sarebbero più visti. Si decise quindi a chiedere al suo vicino se, una volta tornati a Milano, sarebbe stato disponibile a farle un book fotografico. La domanda colse Federico di sorpresa. In genere di queste cose si occupava la sua collaboratrice, Lorena, che curava anche il ritocco delle foto, oltre all’archivio. Lui teneva i contatti diretti con le Agenzie di pubblicità, che erano poi quelle che gli permettevano di campare più che dignitosamente. «Ne possiamo parlare a Lisbona» rispose «poi ti do il mio biglietto che ho lasciato nel trolley.» «Ci terrei proprio» continuò Estela senza immaginare che la sua esuberanza poteva magari non essere apprezzata da tutti «e magari potresti fare qualche foto anche a Beatriz.» La paulistana arrossì impercettibilmente. Se c’era una cosa che detestava era quella di esporsi, di farsi notare. Figuriamoci se si sarebbe fatta fare delle foto! Anche se per Federico cominciava a provare una certa simpatia che sperava fosse reciproca, non si vedeva proprio a posare sotto i riflettori. Si sarebbe vergognata troppo. Fece quindi finta di niente e evitò di intervenire. Anche Federico evitò di rispondere; intuendo l’imbarazzo della biondina cambiò discorso. «Appena arrivati a Lisbona faremmo bene a informarci se l’aeroporto di Malpensa è funzionante. Ho un amico che lavora lì. Posso provare a rintracciarlo appena siamo a terra.» «Finché non atterriamo non riusciamo a sapere niente, tanto vale metterci l'animo in pace» rispose Estela «io non ho problemi, posso anche fermarmi a Lisbona.» Beatriz continuava a tacere. Federico aveva capito la sua preoccupazione e cercava di consolarla. «Senti Beatriz» disse passando al tu «ci conosciamo appena, ma ti voglio aiutare comunque. Se Milano chiude per la neve c'è sempre Bergamo e se, come credo, fosse chiuso anche Bergamo, ci sono due possibilità, Genova o Nizza. In entrambi i casi posso affittare una macchina e arrivare a Milano in un'ora o due. Non ti preoccupare, troveremo una soluzione.» Beatriz avrebbe abbracciato Federico senza vergognarsi. L'idea che un estraneo, una persona conosciuta da poche ore, potesse occuparsi di lei, la faceva commuovere. Forse Federico le ricordava suo padre, ma no, il paragone non funzionava. Federico aveva un modo di fare molto giovanile e non doveva essere poi così vecchio. Difficile indovinarne l'età. Si riprometteva di chiederglielo prima o poi, appena entrata un po' più in confidenza. La colazione non fu all'altezza della cena, ma forse i tre passeggeri della fila 18 avevano altri pensieri per la testa. Dopo una mezz'ora circa una dolce voce femminile, che riusciva a far diventare aggraziato anche il portoghese parlato in Portogallo, annunciò che era iniziata la discesa verso l'aeroporto Portela di Lisbona. Pregava di allacciare le cinture, di non dimenticare alcun oggetto e di rivolgersi al personale della TAP per eventuali coincidenze. La parola "Portela" suscitò in Federico un mare di ricordi. Con Luma una volta avevano sfilato proprio nella Portela, una delle scuole di samba più famose di Rio. Si era divertito come un pazzo, anche se non avevano vinto. Sfilare nel sambodromo tra due ali di folla acclamante era stata un'esperienza indimenticabile. Cosa avrebbe dato per poter tornare indietro nel tempo, rivivere anche una sola giornata di quell'epoca felice! Un' ombra di tristezza offuscò per un attimo la sua mente. L'impatto dell'aereo con il terreno lo fece tornare nella realtà. Avevano finalmente raggiunto la prima e più lunga tappa del viaggio. Appena in aeroporto videro un cartello che invitava i passeggeri in transito per il nord Europa a ritirare i bagagli. Federico chiese ad un addetto dell'aeroporto se Malpensa era chiusa per la neve ed ebbe la conferma che tutti i voli erano cancellati. Un fronte freddo in arrivo dalla Siberia stava paralizzando mezza Europa. Era evidente che regnava una confusione generale ed era meglio cercare almeno di recuperare le valige, cosa che fecero in tempi brevi. Pensando alle lunghe attese di Malpensa, Federico si rese conto che anche il piccolo Portogallo, considerato uno dei fanalini di coda dell'Europa, almeno in questo riusciva a battere l'Italia. Una bella consolazione. Con i bagagli al seguito cercarono un banco della TAP per decidere cosa fare. Estela era combattuta tra restare ed approfittare della sosta forzata per andare a trovare la sua amica e visitare Lisbona oppure seguire gli altri due nella buona o nella cattiva sorte. Alla fine pensò che non poteva autoinvitarsi a casa dell'amica senza preavviso ed erano quasi le 7 ora locale, quindi troppo presto per telefonarle e poi in fondo non le importava di vedere Lisbona. Avrebbe avuto altre occasioni. Il tempo intanto passava e Beatriz stava evidentemente sulle spine: si era attaccata a Federico come una patella su uno scoglio. D'altra parte a cos'altro servivano gli uomini se non a darsi da fare in occasioni come questa? Federico aveva chiamato il suo amico a Malpensa. Non l'aveva trovato, ma un collega lo aveva informato che sia Malpensa e Linate che Orio al Serio, l'aeroporto di Bergamo, erano chiusi per una tempesta di neve mai vista a memoria d'uomo. Agli sportelli dell'aeroporto li avevano messi in lista d'attesa sui voli di altre compagnie sia per Genova che Nizza, ma avevano precisato che c'erano scarse possibilità, considerata la situazione di emergenza. Intanto il tempo passava, in Italia erano già le nove del mattino. Il suono di un sms in arrivo sul cellulare di Beatriz fu sentito da tutti come se fosse stato un allarme o una sirena dei pompieri. Il viso della biondina si illuminò in un sorriso che mostrava due file di denti bianchi e ben curati e, senza rendersene conto urlò: «Hanno cancellato la riunione a causa della neve! Mi ha avvisato un collega dopo aver parlato con il Direttore della Filiale.» Come per incanto l'atmosfera si rasserenò, diventarono tutti euforici e come liberati da un incubo. Estela, ma ancor più Federico, si erano immedesimati nella ragazza di São Paulo a tal punto che la sua preoccupazione era diventata anche la loro. Decisero di festeggiare andando al bar. Federico pagò per tutti. L'aeroporto di Lisbona, che prende il nome dalla vicina cittadina Portela de Sacavém, è molto confortevole e moderno. É collegato al centro della città con la metropolitana, la linha vermelha, e per un attimo a Federico venne in mente che magari potevano fare un giro veloce per la città. C'era però il problema delle valigie, del controllo passaporti, della dogana, poi era opportuno restare pronti nel caso si fosse liberato qualche posto nei voli del mattino. Quindi non lo propose neppure alle ragazze. Si sedettero su delle poltroncine preparandosi ad una lunga attesa. Ad un certo punto Estela chiese a Federico se aveva la macchina fotografica con sé. «Certo - rispose Federico - non mi separo mai dalla mia Fujifilm X100: ce l'ho nel trolley.» Detto fatto Federico cominciò a scattare qualche foto delle brasiliane. Si vedeva che Estela era abituata all'obiettivo delle fotocamere, mentre Beatriz non collaborava tanto. O teneva gli occhi chiusi o faceva facce strane. Insomma farle delle foto decenti avrebbe richiesto tempo e pazienza. A un certo punto Estela chiese a un passante se poteva fare una foto a tutti e tre con il suo cellulare e fu così che si cominciò a parlare di fotografie. Federico mostrò alcuni dei suoi scatti meglio riusciti che conservava sul tablet e le ragazze rimasero impressionate dalla sua bravura. Le immagini riuscivano a trasmettere delle storie, arrivavano dritte al cuore. Fu allora che Estela volle mostrare le sue foto, ignara che il suo gesto avrebbe scatenato una vera catastrofe. «Questa è la mia amica Elza, qui siamo insieme a Botafogo, questa sono io sul lago di Como con il mio ragazzo Dado.» A Beatriz non interessava affatto guardare le foto di Estela, ma per educazione buttò un occhio sullo smartphone di quella che cominciava a considerare più di una conoscenza occasionale. Federico stava osservando Beatriz e la vide sbiancare di colpo, mentre osservava più da vicino la foto di quel bel ragazzo dai capelli neri e lisci. Se la voce non le fosse rimasta in gola avrebbe probabilmente cacciato un urlo. Cominciò a piangere sommessamente e tutti se ne chiesero il motivo. «Conosci quel ragazzo?» chiese Federico che aveva cominciato ad intuire la verità «come si chiama?» «Si chiama Davide» rispose Beatriz continuando a singhiozzare «è il mio fidanzato.» Estela, che in genere era piuttosto veloce a capire le cose, in quel frangente non afferrò subito che il suo Dado altri non era che Davide. Appena si rese conto della situazione si limitò ad esclamare filho da puta e non disse altro. Cercava di pensare. Forse poteva cavare gli occhi a quella paulistana che le aveva rubato l'innamorato, ma forse poteva anche non essere colpa sua. La tensione si poteva tagliare con un coltello. Dall'allegria per la notizia della riunione rinviata si era passati ad una tragedia da teatro greco. Federico avrebbe voluto consolare le due ragazze, ma preferì tacere, anche perché non avrebbe trovato parole adatte. Beatriz aveva smesso di piangere e vinta ogni forma di timidezza cominciò a tempestare Estela di domande, usando la sua lingua madre: «Si può sapere quando l'hai conosciuto, da quanto tempo vi frequentate? Non hai mai avuto il sospetto che facesse una doppia vita, quel bastardo?» Estela aveva la testa in confusione totale. Era abituata a diffidare degli uomini, ricordava ancora quello che Giulio le aveva fatto, ma Dado le era sembrato diverso, sembrava così innamorato! «Mi parli come se fossi io che ti ho rubato il ragazzo» sbottò «ma forse è vero il contrario!» A quel punto, vedendo che l'atmosfera si stava surriscaldando Federico decise di intervenire. «Sentite ragazze, mi sembra inutile che litighiate cercando di darvi reciprocamente la colpa di quello che è successo. Mi pare che l'unica colpa ce l'abbia questo Dado o Davide che dir si voglia, che vi ha ingannato per tutto questo tempo. Siamo poi sicuri che sia la stessa persona? Beatriz forse non hai visto bene la foto!» «Senti signor fotografo, non ti impicciare! Dado è il diminutivo di Davide, ma a me non piaceva chiamarlo così e la vista ce l'ho ottima. Certo che è lui, fa l'account executive presso un'agenzia pubblicitaria di Milano.» Subito dopo aver pronunciato quelle frasi Beatriz si pentì. Aveva risposto male a una persona gentile che cercava solo di aiutarla e di consolarla e lei l'aveva trattato come un impiccione rompiballe. «Scusa Federico, non volevo dire queste cattiverie» disse di slancio buttandogli le braccia intorno al collo «veramente non volevo, ti prego di perdonarmi.» «Piangi pure se ti aiuta e non preoccuparti, non mi sono offeso» rispose Federico. Conoscendo l'esuberanza dei brasiliani non si era stupito affatto di quel gesto, che sicuramente un'italiana si sarebbe guardata bene dal compiere. Comunque quell'atteggiamento confidenziale da parte di una persona che conosceva appena, lo colse di sorpresa. Quel corpicino caldo contro il suo lo spiazzò in tutti i sensi. Fosse stata Estela a comportarsi così l'avrebbe capito, ma da Beatriz la timida, la ragazza ben educata e riservata proprio non se l'aspettava. Decise di far finta di niente, anche se dentro di sé aveva sentito un certo turbamento. La carioca sembrava un giocattolo a molla che aveva esaurito la carica. Dopo quell'insulto lanciato col cuore e il battibecco con Beatriz si era come accasciata. Non parlava, ma il suo sguardo non prometteva niente di buono. Alla fine si decise a dire la sua. «Adesso comincio a capire un sacco di cose, certe sue assenze, certe sue scuse che suonavano false. E io stupida che gli credevo. Possibile che nessuna delle due si sia accorta di niente? E magari a Londra se la spassava mentre io lavoravo come una pazza. Pensate che una sera a Rio un mio ex mi ha proposto di andare a casa sua. Era un mulatto che un tempo mi piaceva un sacco, ma io niente, l'ho mandato in bianco pensando a Dado, anche se ero in astinenza da parecchio. Che cretina sono stata! Possibile che alla mia età non abbia ancora imparato a non fidarmi degli uomini.» Federico avrebbe voluto intervenire a difesa della categoria con frasi tipo "non tutti gli uomini sono uguali" una frase non solo banale, ma che avrebbe forse ottenuto l'effetto di aumentare la tensione. Preferì tacere. All'improvviso apparve un addetto dell'aeroporto che, rivolgendosi a Federico, chiese se erano loro i tre passeggeri in lista d'attesa per Genova o Nizza. Era un ragazzo giovane che sembrava imbarazzato dal fatto di dover dare una notizia che non sapeva se fosse buona o cattiva. Al cenno affermativo di Federico lo informò che erano riusciti a trovare tre posti su un volo della Easy Jet del tardo pomeriggio per Nizza. Era spiacente, ma su Genova non c'erano più voli liberi e comunque avevano trovato gli ultimi tre posti per il rotto della cuffia. L'interruzione servì a smorzare un po' la tensione. Estela, che a parte la reazione iniziale, sembrava totalmente apatica, improvvisamente si decise di dire a Federico che si ricordava di lui, che avevano fatto insieme un servizio di moda qualche mese prima e poi gli chiese a bruciapelo se era sposato o aveva una compagna. «Sì anche a me sembrava che ci fossimo già visti, ma non ero sicuro e per rispondere alla tua domanda sono stato sposato con una brasiliana tanto tempo fa, poi abbiamo divorziato. Ho anche una figlia. Al momento non ho nessuna relazione seria. Non ho due fidanzate contemporaneamente, se era questo il senso della tua domanda.» Estela non afferrò immediatamente l'ironia di Federico e stava per ribattere in maniera non proprio gentile. Fortunatamente si fermò un attimo a riflettere e capì che la sua irruenza e il suo carattere stavano per portarla sulla strada sbagliata. Preferì chiudersi nel silenzio. Intervenne Beatriz dicendo a Federico che in fondo lui sapeva tante cose di loro e aveva parlato ben poco di se stesso. «Non ho problemi a raccontarvi la storia della mia vita» ribatté Federico «tanto dobbiamo far passare il tempo. Potremo fare il gioco della verità, se sapete come funziona. Mi pare però che ci siano cose più serie da discutere, per esempio cosa intendete fare con Davide o Dado che dir si voglia. Forse è il caso di pensare a come fargli sapere che sapete. Non credo vogliate fargliela passare liscia, o forse sì... non so... dovete decidere voi, io posso solo consigliarvi, voglio restare fuori da questa faccenda.» Le ragazze, che poi tanto ragazze non erano, sembravano quasi rassegnate. La prova del tradimento, dell'inganno, della doppia vita del loro uomo all'inizio aveva avuto l'effetto di un pugno nello stomaco. Ognuna delle due aveva reagito secondo il proprio carattere, ma adesso sembrava tutto lontano, era come vivere in un'altra dimensione. Per fortuna c'era Federico, una persona che dava l'impressione di avere la testa sul collo e comunque era una figura rassicurante, sulla quale sapevano di poter contare. Se la donna delle pulizie non avesse bussato prima di entrare per rifare la camera, Davide avrebbe probabilmente dormito fino a mezzogiorno. Si accorse che ormai erano quasi le dieci. Controllò i messaggi sul cellulare e vide che c'erano degli sms di due ore prima di Beatriz ed Estela. La prima diceva che era a Lisbona e che i voli per Milano erano stati cancellati a causa della neve e la seconda che era ancora in giro per lavoro e sperava di arrivare sabato. Si affrettò quindi a rispondere a tutte e due per informarle che era bloccato a Londra e non sapeva quando sarebbe riuscito a partire. Si affacciò alla finestra e vide che continuava a nevicare. Il suono che giungeva già attenuato attraverso i doppi vetri era ancora più ovattato. La città sotto la neve aveva comunque un certo fascino, ma lui non era tanto nella condizione giusta per apprezzarlo. Pur essendo venerdì in ufficio non lo aspettavano, doveva riprendere il lavoro il lunedì. Ma non gli andava di restare a Londra per il weekend, aveva voglia di rivedere le sue ragazze. Nel giro di mezz'ora si fece la doccia, si vestì con cura, come faceva d'abitudine e preparò la valigia. Nella hall dell'albergo, mentre stava pagando il conto, chiese se avevano informazioni sugli aerei per Milano. Dopo un paio di telefonate lo avvertirono che al momento non partivano aerei né da Heathrow, né da Gatwick, né da Stansted né da Luton, i quattro aeroporti della grande Londra. Pensò anche alla possibilità di prendere un treno, ma ci avrebbe messo troppo tempo, e poi aveva già un biglietto open per l'aereo. Chiese all'albergo se eventualmente sarebbe potuto restare ancora una notte e gli risposero che non c'era problema. Decise di fare intanto una bella colazione a base di eggs and bacon e di cercare una soluzione su internet. Non era forse un senior account executive, abituato ad affrontare situazioni ben più complicate? Sui cellulari di Estela e Beatriz arrivarono a pochi minuti di distanza due sms. Sembravano uno la fotocopia dell'altro. "Sono bloccato a Londra per la neve, non so quando riuscirò a partire, mandami notizie." L'unica differenza tra i due messaggi era che quello indirizzato a Estela era firmato "Mi manchi, baci Dado", mentre l'altro per Beatriz era firmato "Mi manchi, baci Davide". Le ragazze lessero i messaggi, li confrontarono e si sentirono assalire dalla rabbia, dalla umiliazione per essere state ingannate così spudoratamente. Erano state semplicemente usate per il piacere del sultano, dal nome ebreo ma dalle abitudini di padrone dell'harem. Alla calma apparente di prima seguì un ritorno di fiamma. Soprattutto Estela, che inizialmente sembrava la meno colpita dalla notizia del tradimento, cominciò a mostrare il suo temperamento carioca e a sciorinare una sequela di insulti in portoghese. Beatriz, che per sua natura era più controllata, appariva, dopo il pianto iniziale, quasi rassegnata, ma la sua delusione era comunque grande. La mattinata passò più veloce del previsto. Federico offrì il pranzo in uno dei ristoranti dell'aeroporto e cercò di consolare le brasiliane raccontando loro di Luma. Anche se la situazione era diversa, anche lui aveva sofferto per colpa di una donna e ci aveva messo anni prima di riprendersi. Quindi non era solo un problema di uomini o donne, era un problema di relazioni che spesso si complicano per circostanze non controllabili dalla volontà dei singoli. Tutto qui. Visto che le sue due compagne di viaggio non erano tanto in vena di parlare e gli avevano rinfacciato di non essersi confidato con loro, Federico raccontò la storia della sua vita, senza entrare troppo in particolari, ma interessando le sue interlocutrici con racconti divertenti ed episodi legati al suo lavoro. Parlò anche dei sui genitori, entrambi morti, che si erano conosciuti a Sanremo, dove lui era nato. La madre era di Nizza, ma di origine italiana e aveva un cognome che da quelle parti era molto diffuso: Garibaldi. Riuscì anche a farle sorridere, facendo qualche battuta. Parlò anche della figlia Olga. Era una ragazza estremamente sveglia e intelligente e sembrava sempre riuscire a leggere nel pensiero della gente. Non aveva ereditato la bellezza della madre, ma a modo suo era graziosa, aveva un bel fisico e ci teneva molto a apparire sempre in ordine. Ma soprattutto aveva un buon carattere e faceva amicizia con tutti. Ormai tra i tre si era creata un'atmosfera di complicità: almeno per un giorno il destino aveva fatto incontrare tre estranei e li aveva legati in una "avventura" che non si sapeva ancora come sarebbe finita. La stanchezza cominciava a farsi sentire e dopo pranzo si rilassarono sulle poltrone della hall principale. Estela, come al solito, riuscì ad appisolarsi, ma anche Federico e Beatriz stettero tranquilli senza leggere o giocare con i loro smartphone o tablet. Ogni tanto Federico andava a controllare se era annunciato il volo per Nizza. Nella hall aleggiava una parola che nessuno aveva ancora pronunciato ma che era come se fosse stata scolpita su una parete o mostrata su un cartellone lampeggiante: "vendetta". Ci avevano pensato tutti e tre, anche Federico che non c'entrava niente, ma ormai si era calato nel ruolo di confidente e appoggio non solo morale delle due donne. Mentre aspettavano avevano ricevuto altri messaggi di Davide/Dado, ma avevano deciso di tenerlo ancora sulle spine, in attesa di prendere una decisione Passate le quattro annunciarono il volo dell' Easy Jet per Nizza. Arrivo previsto le 20.20 ora locale. All'imbarco ci furono un po' di discussioni sul bagaglio a mano, ma vennero facilmente risolte trasferendo borsette e altri oggetti nelle valigie. A bordo si erano sistemati in coda, ma tanto si trattava di un volo di poco più di due ore. Il tempo sarebbe passato in fretta e ancora grazie che erano riusciti a trovare quei posti, visto che l'aereo era al completo. Di Davide/Dado non si parlava più, ma Federico sapeva che le ragazze non pensavano ad altro. In un certo senso parevano rassegnate. "Si può continuare ad amare qualcuno che ti inganna così? - ragionava dentro di sé - L'amore raramente è un sentimento a senso unico. Forse può esserlo quello di una madre per il proprio figlio, ma nella vita di coppia l'amore deve essere alimentato ogni giorno, è come un nuotatore che risale la corrente, se si ferma è perduto." Beatriz parve risvegliarsi da un lungo letargo e iniziò ad elencare con freddezza e determinazione una serie di azioni che secondo lei potevano essere compiute per dare a Davide una lezione che non avrebbe dimenticato facilmente. La timida Beatriz, la ragazza saggia ed equilibrata che riflette sempre prima di parlare sembrava animata da uno spirito di vendetta degno di un film dell' orrore. Si stava rivolgendo, parlando in portoghese, a Estela, ma sapeva che Federico non perdeva una sola parola e sarebbe intervenuto se necessario. Escludeva azioni violente, non erano nella sua natura, ma avrebbe voluto soprattutto sputtanare Davide nel suo ambiente di lavoro, dove era stimato e considerato una persona seria. Tutti sapevano che aveva un debole per l'altro sesso, e forse non ci si poteva aspettare niente di diverso da un uomo di 38 anni, eterosessuale, scapolo, nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e mentali ed una gran voglia di spassarsela. Beatriz questo l'aveva sospettato, d'altra parte sapeva che l'ambiente di lavoro del suo ragazzo non era proprio paragonabile ad un convento di monache. Qualche volta era passata a prenderlo e aveva notato un via vai di aspiranti modelle o attricette ansiose di partecipare a qualche spot televisivo, ma gli aveva sempre creduto quando giurava e spergiurava di avere solo lei e di esserle fedele. Povera ingenua! Anche Estela si mise a rincarare la dose, e siccome aveva un carattere molto più passionale e impulsivo di Beatriz sbottò in una serie di frasi tipo "mi piacerebbe strozzalo con le mie mani o fargli rompere le ossa da uno di quelli che per un pugno di euro ammazzerebbero anche il papa." I suoi interlocutori sapevano benissimo che quelle esagerazioni erano solo uno sfogo. Estela era un tipo emotivo, ma fondamentalmente buona d'animo. Forse aveva anche lei qualche piccolo segreto da nascondere, ad esempio non parlava della sua famiglia e quando Federico le aveva chiesto se i suoi genitori erano ancora vivi, se aveva fratelli o sorelle, aveva tergiversato e evitato di rispondere con una scusa. Forse dietro a questa ritrosia c'erano dei piccoli drammi o semplicemente una forma di pudore per situazioni che non amava sbandierare ai quattro venti e Federico non era certo il tipo che insisteva, anche perché si conoscevano appena. Il tragitto Lisbona-Nizza si consumò in un batter di ciglia. All'arrivo all'Aeroporto Côte d'Azur ricevettero le valigie in tempi record e passarono il controllo della polizia senza problemi, visto che le brasiliane avevano entrambe un regolare permesso di soggiorno italiano. Federico affittò a suo nome alla Hertz una Golf. Era l'unica rimasta e comunque non gli serviva una Rolls-Royce. Propose, data l'ora tarda, di andare a mangiare un boccone al Café de Turin, famoso per i suoi piatti di frutti di mare. Essendo venerdì sera trovarono una bella coda, ma Federico conosceva un cameriere di origini italiane a cui una volta aveva fatto un favore. Gli diede una bella mancia e presto si liberò un tavolo. Si ritrovano in breve davanti ad un' assiette de fruits de mer con una bottiglia di Muscadet fredda al punto giusto. Il vinello andava giù come gazzosa e aiutava a vincere la tensione del viaggio e del tradimento del bel pubblicitario. Ci volle più d'una bottiglia per raggiungere un senso di appagamento e Federico si ripromise di andare piano per evitare di essere fermati dalla polizia. Reggeva molto bene l'alcol, ma sapendo di dover guidare non aveva esagerato come le due brasiliane. Fu al momento di pagare il conto che propose di andare a dormire nel suo appartamento di Mentone. Non se la sentiva di arrivare fino a Milano e non gli piaceva guidare di notte. E poi aveva un bella camera con un letto matrimoniale e uno studio con un divano letto. Le ragazze non avevano nulla da temere. Lui era un gentiluomo. Si aspettava un sacco di domande e questioni di ogni genere, invece entrambe le ragazze dissero che per loro andava bene. Erano stanche. Erano in viaggio da più di 24 ore e poi ormai non avevano più impegni per il fine settimana. Davide aveva fatto, suo malgrado, il turista per tutto il giorno, ma era preoccupato. Né Estela né Beatriz avevano risposto ai suoi numerosi messaggi. Di Beatriz sapeva che era a Lisbona e che non era riuscita a prendere il volo per Milano. Forse avrebbe passato la notte in aeroporto, ma poteva ben avvisarlo. Di Estela non sapeva neppure esattamente dov'era. Forse in qualche paesino sperduto dove non c'era campo, ma un messaggio l'aveva pur mandato. Perché non rispondevano? Intanto a Londra aveva nevicato tutta la mattina e solo verso il primo pomeriggio era spuntato un pallido sole. Le autorità avevano invitato i londinesi a usare l'auto solo in casi urgenti. La metropolitana funzionava come niente fosse. Incredibile. Pensare che il primo tratto era stato inaugurato nel 1863, quando l'Italia era appena nata! Davide aveva avvisato l'albergo che si sarebbe fermato un'altra notte, comprò un biglietto giornaliero dell' Underground e riuscì ad annoiarsi in una città che conosceva abbastanza bene, ma che non aveva mai amato. Peccato che Caren fosse partita, non gli sarebbe dispiaciuto passare la giornata con lei e magari anche la notte. Nel tardo pomeriggio consultò un'agenzia di viaggi e scoprì che il sabato mattina ci sarebbe stato un volo comodo come orario, che partendo da Heathrow sarebbe atterrato alle 14.50 a Linate, mentre lui aveva lasciato la macchina a Malpensa. L'alternativa era un volo per Malpensa della Easy Jet che partiva alle 7 del mattino e arrivava alle 9.50. A parte il fatto che Davide odiava alzarsi presto il mattino, che senso aveva arrivare a Milano così presto? Decise quindi per la opzione più comoda, un volo British Airways. Avrebbe poi raggiunto Malpensa con un taxi, tanto era a rimborso spese e pagava la sua agenzia. Mandò nuovamente dei messaggi alle due brasiliane e si incamminò verso l'albergo. Si sarebbe fatto portare qualcosa da mangiare in camera, magari si sarebbe visto un film porno alla tv a pagamento e poi sarebbe andato a dormire presto. "Un bel programma davvero", pensò ironicamente. L'appartamento di Federico era molto grazioso, si trovava non lontano dal porto e aveva una terrazza con vista mare. Era arredato con buon gusto e aveva molti oggetti presi in Brasile tra cui una collezione di quadretti naif che le ragazze riconobbero immediatamente e un balangandã d'argento, un insieme di amuleti che portavano le schiave nei giorni di festa. Quando erano gentili con il padrone questi regalava loro un nuovo pendaglio, per cui finivano per essere ornamenti piuttosto pesanti e appariscenti. Fortunatamente Federico aveva il numero di cellulare della donna che faceva di tanto in tanto le pulizie nell'appartamento e l'aveva chiamata da Nizza. Sapeva che non andava a dormire tanto presto e si fece quindi consegnare le chiavi per entrare. Non prevedeva certo di passare da Mentone per andare da Rio a Milano! Nello studio o stanza della televisione c'era un divano letto matrimoniale e Federico decise che lui avrebbe dormito lì. Le due ragazze si sarebbero sistemate nella sua camera da letto dove c'era un lettone king size. Estela aveva un po' arricciato il naso, ma non le sembrava cortese fare tante storie a casa d'altri. In fondo dovevano solo dormire. Nel grande letto matrimoniale Beatriz era crollata per la stanchezza. Aveva fatto appena in tempo a fare la pipì e a lavarsi i denti e poi si era addormentata di botto. Non era abituata all'alcol ed era piombata in un sonno profondo e senza sogni. Federico e Estela erano rimasti a chiacchierare in soggiorno. «Ti ho detto una piccola bugia quando ci siamo conosciuti in aereo» esordì Federico. «Cioè?» domandò Estela. «A proposito di Teo, ti ho detto che non lo conosco perché avevo paura che tu volessi attaccarmi un bottone, ma lo conosco bene, siamo amici» «Quale bottone, non capisco» rispose Estela. Federico passò al portoghese e spiegò che, non conoscendola, temeva che fosse una di quelle donne invadenti, ma si era sbagliato.» «E adesso pensi di conoscermi?» continuò la ragazza nella sua lingua madre. «Certo che no ed infatti stiamo parlando. Mi piacerebbe sapere come sei veramente, cosa pensi, cosa ti piace e cosa odi. Non parli molto di te» «Non c'è granché da dire. Non ho avuto un'adolescenza felice, se è questo che vuoi sapere, ma preferirei parlare d'altro.» Trascorsero più di un'ora esplorandosi a vicenda. Estela all'inizio sembrava avere addosso una maschera impenetrabile, forse una forma di difesa. Federico glielo disse e aggiunse che gli sarebbe piaciuto sapere cosa si celava dietro quella maschera. «Tu mi sembri diverso dagli uomini che ho conosciuto finora, Dado compreso. Sei gentile, sensibile, sai ascoltare la gente, con te mi sento a mio agio. Mi pare di conoscerti da un sacco di tempo.» fu la risposta della modella che però eluse la domanda che le era stata rivolta. Federico era leggermente imbarazzato. Non sapeva cosa rispondere. Stava però assistendo alla trasformazione da una Estela che stava sulle sue in una Estela più intima, più aperta, più umana. A un certo punto la ragazza annunciò che sarebbe andata a dormire e anche Federico si ritirò nello studio. Quando Beatriz, nel sonno, aveva appoggiato una mano sul corpo di Estela, forse pensando che fosse Davide, la carioca si infastidì parecchio, si alzò senza pensarci troppo e seminuda com'era andò a bussare nello studio dove dormiva Federico. «Posso dormire qui?» chiese come se fosse la domanda più naturale del mondo «Beatriz mi sta facendo delle avances e poi io non riesco a dormire con una donna vicino.» Federico era in una fase di dormiveglia e non era sicuro di aver capito bene. «Mi stai dicendo che vorresti il mio letto? E io dove vado a dormire?» Faceva il finto tonto ma, pur mezzo addormentato aveva intuito dove Estela voleva arrivare e la cosa l'aveva lasciato senza fiato. La camicia da notte che la brasiliana indossava nascondeva ben poco della sua statuaria bellezza e Federico si era sentito non solo spiazzato, ma eccitato come raramente gli era capitato nella vita. Forse i primi tempi con Luma aveva provato delle emozioni simili, ma allora era molto giovane. «Stai tranquillo Federico, non voglio sedurti, voglio solo dormire. Fammi un po' di posto, non ti darò fastidio.» E senza aspettare una risposta si infilò sotto il piumone dove Federico giaceva nudo come un verme. Era un'abitudine che aveva preso quando viveva in Brasile e dopo di allora non era più riuscito ad indossare il pigiama, neppure durante i freddi inverni milanesi. La ragazza emanava un sottile profumo di papaya, che ben si mescolava all'odore intenso ma eccitante della sua pelle. Federico si era girato di schiena, anche per nascondere un'erezione che, suo malgrado, gli era venuta alla vista di tanto ben di Dio. Pur abituato ad avere a che fare con donne di ogni genere era forse la prima volta che non sapeva come comportarsi. Se fosse stata Beatriz a entrare in camera non si sarebbe sorpreso più di tanto. In fondo tra di loro si era creato un bel feeling e nella vita tutto può succedere. Ma da Estela proprio non si aspettava una cosa del genere. Che fosse davvero così ingenua da pensare che uno poteva dormire tranquillamente avendo vicino una tale bomba di sesso? O forse credeva che Federico fosse talmente vecchio da non rappresentare un pericolo? Questa ipotesi era quasi offensiva. Pur essendoci quasi 20 anni di differenza tra i due, l'italiano era ancora in grado di soddisfare una donna. Anzi faceva meglio l'amore adesso di quando era giovane, un'epoca in cui l'irruenza e la fame di sesso caratterizzavano le sue azioni amatorie. Invecchiando aveva capito che l'amore si fa con il cervello, il corpo era solo uno strumento, uno strumento musicale che andava accordato e messo in condizione di suonare in maniera melodica. Più che il suo piacere ricercava il piacere della sua partner, era quasi un'ossessione che alle volte lo spingeva ad esagerare un po'. Amare è davvero un'arte difficile e non si smette mai di imparare. Preso da questi pensieri, restò quatto quatto, cercando di respirare piano, anche se il suo cuore batteva all'impazzata. Estela parve accorgersi dello stato d'animo di Federico e gli chiese sottovoce se stava già dormendo. A questo punto l'uomo decise di voltarsi e non aprì bocca. Estela, accortasi dell'eccitamento del suo compagno di letto, gli prese la mano e la posò delicatamente tra le sue cosce. Lui percepì degli umori inequivocabili e dentro di sé scattò come una molla che gli fece cercare avidamente le labbra carnose della ragazza. Le loro lingue si toccarono e si intrecciarono con movimenti frenetici, i loro corpi erano ormai guidati da un comune desiderio che cresceva ad ogni contatto delle loro epidermidi. Federico iniziò ad esplorare il corpo di Estela, fino a incontrare i suoi capezzoli scuri che si erano inturgiditi. Scese sempre più giù sino a raggiungere un triangolo perfetto di peli scuri, rasati a pochi millimetri di lunghezza. Ci si immerse come un subacqueo alla ricerca di un tesoro sommerso, alla ricerca del punto che provocasse nella sua compagna occasionale il massimo piacere. Pensava alla "ricciolina" di Dona Flor. Chissà se Jorge Amado avrebbe apprezzato il paragone. Quella notte Federico raggiunse delle vette di libido che non credeva possibili e più la ragazza si eccitava più lui si eccitava, più la ragazza gemeva più lui si impegnava, più la ragazza accompagnava i suoi movimenti più lui cercava di mantenere un ritmo che riuscisse ad appagarla. Ad un certo punto, mentre faceva di tutto per prolungare il piacere cercando di trattenersi il più possibile, ebbe il timore che il letto si sarebbe sfasciato, Beatriz si sarebbe svegliata, i vicini di casa avrebbero chiamato la polizia, pensando che l'appartamento fosse vuoto e che quindi quei rumori e quegli strani mugolii non potessero che essere prodotti da dei ladri o da degli estranei che erano riusciti a entrare. L'appagamento di entrambi e il silenzio che seguì fu come una vertigine, uno svenimento. Giacquero sudati uno di fianco all'altra senza riuscire a proferire parola, senza riuscire a dare una spiegazione logica all'accaduto. Era successo e basta. L'indomani sarebbe stato un altro giorno, come diceva Rossella O'Hara. La mattina dopo, sabato, Federico si svegliò di buon ora, come era sua abitudine. Passò una buona mezz'ora nell'unica stanza da bagno perché gli piaceva sentirsi sempre pulito e in ordine, ben rasato e profumato. Uscì senza far rumore e tornò poco dopo con latte, caffè e brioche fresche. Estela si era appena svegliata e stava facendo la doccia, Beatriz dormiva ancora della grossa. Federico stava preparando il caffè quando Estela fece il suo ingresso in cucina indossando un accappatoio troppo grande per lei e con un asciugamano avvolto intorno alla testa. «Non ti dispiace vero se ho messo il tuo accappatoio?» domandò senza attendersi una risposta «Ed a proposito di ieri notte vorrei che ti dimenticassi quello che è successo.» «Perché cosa è successo?» rispose Federico prendendola di contropiede «Per quanto mi riguarda non è successo proprio niente.» Estela sorrise, sapeva di avere fatto una stupidaggine, ma alle volte agiva guidata più dall'istinto che dalla ragione e la sera prima non riusciva a prendere sonno, aveva avuto un impulso irrefrenabile che l'aveva spinta nel letto sbagliato. Ma era davvero sbagliato? E se invece di Federico ci fosse stato qualcun altro si sarebbe comportata allo stesso modo? Decise di non scervellarsi troppo sull'argomento. Dado in questo momento era il pensiero predominante e andava trovata una soluzione. Dopo un po' anche Beatriz fece la sua apparizione. Si era già lavata e vestita e sembrava pronta per andare in ufficio, ma aveva gli occhi segnati e lo sguardo non proprio brillante. «Ho dormito come un ghiro. Era tanto tempo che non mi capitava. Forse non dovrei più bere alcolici per un po', ho anche un leggero mal di testa.» Due tazze di caffè nero bollente e un Alka Seltzer la aiutarono a rientrare nel mondo dei vivi. Federico approfittò del fatto che da casa sua poteva chiamare in Italia non in roaming, visto che essendo a pochi chilometri dal confine il suo cellulare prendeva il gestore italiano e fece un giro di telefonate, a Lorena, la sua collaboratrice e al suo amico che lavorava a Malpensa. Ebbe la conferma che la situazione si stava normalizzando e che i voli stavano riprendendo regolarmente. La sua idea, che espresse alle ragazze, era di mandare a Davide lo stesso messaggio dandogli entrambe appuntamento a Linate, fingendo di aver preso lo stesso volo da Nizza. Su Internet aveva controllato e visto che all'una c'era un volo dell'Air France che faceva scalo a Parigi e che atterrava a Linate alle 16.55. Per quell'ora Davide sarebbe sicuramente stato di ritorno in Italia. Non era certo questa la vendetta che avevano in mente, era solo la prima mossa, che, tanto per cominciare, avrebbe creato un certo imbarazzo e avrebbe costretto Davide a fare delle scelte. Probabilmente avrebbe trovato una scusa e non si sarebbe neppure presentato a Linate. Il primo messaggio fu quello di Estela. "Scusa Dado ma ero in un paesino della Provenza e non c'era campo. Parto da Nizza all'una e arrivo a Linate alle 16.55 volo Air France. Puoi venirmi a prendere? Baci Estela. PS: Non telefonarmi, ti chiamo poi io." Per l'sms di Beatriz aspettarono una mezz'ora e decisero di essere più creativi, per evitare che Davide cominciasse a tempestarla di telefonate. Usando il cellulare di Federico decisero di scrivere così: "Ciao Davide, sto usando il cell. di un signore gentile che me l'ha prestato perché il mio ha problemi di batteria. Volevo solo dirti che ti aspetto a Linate alle 16.55, volo Air France da Nizza. Ciao Beatriz. Puoi rispondere a questo numero." La risposta di Dado/David non si fece attendere. Ad entrambe rispose che era spiacente, ma era incasinato e che si sarebbe trattenuto a Londra fino a domenica. Evidentemente o era entrato in panico all'idea di poter incontrare contemporaneamente le sue due "fidanzate" oppure aveva subodorato qualcosa. Era comunque una risposta poco convincente, così stupida che poteva essergli venuta in mente solo a causa di uno stato ansioso o di un turbamento mentale. Federico decise di fare un controllo. Chiamò di nuovo il suo amico che lavorava a Malpensa e gli chiese se riusciva a scoprire se c'era un passeggero di nome Davide Lamberti su un volo da Londra a Milano. L'amico chiese una mezz'ora di tempo e disse che avrebbe richiamato lui. Mentre stavano discutendo sul da farsi l'amico milanese chiamò per informare che c'era un Davide Lamberti prenotato su un volo della British Airways con arrivo previsto a Linate alle 14.50. Federico ringraziò dicendo «sei forte, l'ho sempre detto, ti devo un favore» e si girò verso le ragazze che avevano sentito la telefonata messa in viva voce. Davide era seriamente preoccupato. Erano le 9 di sabato mattina, le dieci in Francia e in Italia, e si stava preparando per lasciare l'albergo. Avrebbe preso la metropolitana per Heathrow, molto più sicura di un taxi, viste le condizioni delle strade. I due sms che ricevette a distanza ravvicinata lo gettarono nel panico. Non poteva essere una coincidenza che le due ragazze con cui lui usciva si ritrovassero sullo stesso volo. Forse era tutto programmato per fregarlo. Ma poi pensò che nessuno poteva prevedere la neve e Beatriz veniva dal Brasile mentre Estela era in Francia. E se si fossero conosciute per caso a Nizza e avessero parlato di lui? Molto improbabile. I due messaggi comunque suonavano falsi, sembravano delle scuse. Non che la sua risposta suonasse veritiera. Non era riuscito a trovare una motivazione valida, quindi era rimasto nel vago. L'unica cosa certa era che non sarebbe tornato a Linate. Troppo pericoloso. Non poteva andare a prendere l'una senza incappare nell'altra. Sarebbe stato un suicidio e la fine di una situazione che per lui era ottimale, anche se non facile da gestire. E poi aveva sempre il problema della sua macchina. Anche volendo non avrebbe fatto in tempo a correre a Malpensa, ritirare il SUV e tornare a Linate, il tutto con un margine di due ore e con le strade ancora scivolose. E se il suo aereo avesse ritardato? Travolto da questi pensieri, fece il check out dall'albergo come un automa e si trovò seduto nella metropolitana diretto a Heathrow. Pensava alla sua doppia vita. Da una parte gli capitava di sentirsi in colpa, ma dall'altra giustificava il suo comportamento considerando le cose che amava nell'una e nell'altra. Beatriz era dolce, intelligente, una compagna piacevole e accomodante. Lo faceva sentire un padreterno. Forse la sua origine italiana o la sua provenienza da una città come São Paulo la rendevano non toppo diversa da tante italiane che aveva conosciuto. Era anche graziosa e a letto, dopo aver superato le prime timidezze, si concedeva con trasporto e partecipazione. Estela era completamente diversa. Era sesso allo stato puro, una macchina da guerra. Non che fosse stupida, tutt'altro, ma rispetto a Beatriz era molto meno riflessiva, più passionale, più istintiva, più tutto. Aveva un corpo favoloso e ogni volta che ci pensava si sentiva assalito dal desiderio. Però rispetto a Beatriz era molto più sfuggente. Sembrava alle volte che diffidasse di lui, che lo volesse tenere a distanza. Altre volte era invece affettuosa e gentile. Sembrava quasi avere uno sdoppiamento di identità, roba da psichiatri. Parlava poco di sé e della sua famiglia. In effetti Davide sapeva ben poco del suo passato se non che era venuta in Italia invitata da un tizio che aveva conosciuto a Rio e che poi l'aveva mollata. Alle volte sembrava quasi che odiasse gli uomini o meglio che se ne servisse per il suo piacere. Ma non era certamente gay, su questo avrebbe messo una mano sul fuoco. Sul lavoro era molto seria ed apprezzata non solo per la sua bellezza ma anche per la sua professionalità. Non era una ragazza facile, di questo era sicuro. Se Davide avesse dovuto scegliere tra le due si sarebbe sentito in grave imbarazzo. Forse la situazione ideale sarebbe stata prender in moglie Beatriz e mantenere Estela come amante. Pura fantasia. Chi avrebbe accettato una simile situazione? Meglio lasciare le cose come stavano. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=40851829&lfrom=334617187) на ЛитРес. Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.
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