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Una Linea Sottile Oreste Maria Petrillo Fabio Santoro Legal Thriller incentrato su due avvocati che lavorano ai lati opposti della Manica e i cui destini risultano mortalmente intrecciati. Un brevetto farmaceutico del valore di miliardi , un uomo barbaramente ucciso e un processo per omicidio che si profila quasi impossibile. Sono questi gli elementi intorno cui ruota la vita di due giovani avvocati. Due storie di uomini che provengono da due realtà contrapposte che si intersecano in un gioco di ombre e specchi. Dove denaro e vendetta tracciano il confine oltre cui i nemici diventano alleati e dove non esistono certezze ma solo dubbi e sospetti. Una linea sottile che divide esistenze normali da vite distrutte dalla paura e spetterà ad una coppia di avversari ai due lati della barricata legale ergersi al di sopra di un intrigo internazionale che potrebbe mettere a rischio le loro professioni e, forse, la loro stessa vita... Un legal thriller emozionante sin dalla prima pagina. UNA LINEA SOTTILE Di Fabio Santoro e Oreste Maria Petrillo Copertina di Matteo Venturi (www.epubsolution.com) “L'avvocato deve sapere in modo così discreto suggerire al giudice gli argomenti per dargli ragione, da lasciarlo nella convinzione di averli trovati da sé.” Piero Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, 1935 Prologo <>. Guardò ripetutamente lo schermo bianco del suo laptop. Sperava che tra gli spazi bianchi del messaggio appena ricevuto ci fosse scritto dell’altro. Qualcosa che desse un significato diverso alle parole che gli stavano agghiacciando il cuore. Il dottor Francisco Alvarado era un uomo di scienza. Pragmatico, conciso. Ai problemi cercava soluzioni, non scuse. Nella sua vita non c’era spazio per i “se” ma solo per i “come”. Almeno questo era ciò che aveva sempre creduto. In quel momento, solo allora, si accorse di quanto si sbagliava. Realizzò come, anche un uomo come lui, potesse scoprirsi incredibilmente fragile superata la soglia di un limite quasi invisibile. Quella soglia oltre la quale si distruggono vite e si cambiano esistenze. Un confine che non voleva più superare. Si appoggiò allo schienale della poltrona, nell’enorme soggiorno quasi interamente arredato con mobili in legno di noce. Si prese il volto tra le mani ed emise due profondi sospiri. Era stanco. Stanco dei compromessi e dell’ipocrisia. Gli ultimi giorni erano stati, per certi versi, i peggiori e, al contempo, i migliori della sua vita. Avevano tirato fuori una parte di lui che aveva completamente rimosso: la paura. Si alzò e puntò dritto all’armadietto dei liquori. Aveva bisogno di qualcosa di forte. Si versò una generosa dose di whisky invecchiato diciott’anni e tornò alla sua poltrona ancora con mille domande che bersagliavano la sua mente come schegge all’impazzata. Doveva riflettere ancora. Era bravo in quello. Lasciò scivolare il liquido ambrato dentro la gola tutto d’un fiato proprio mentre la sua casella di posta elettronica gli segnalava l’arrivo di un altro messaggio. Appoggiò il bicchiere sul tavolo con un tonfo sordo e agguantò il mouse per controllare il mittente. Di nuovo lui. La punta di angoscia che lo tormentava ruppe gli argini e scavò un abisso nel suo petto. Da persona razionale scelse di aprire il messaggio anche se avrebbe avuto un disperato desiderio di non farlo. Si pentì immediatamente di non avere assecondato il suo istinto. Le palpebre si sbarrarono per parecchi secondi e il respiro gli morì in gola. <>, disse in un soffio silenzioso che si perse tra le pareti della stanza. <>. Indice Capitolo 1 (#u6b469c33-20c8-5f05-a721-62704c34d44c) Fabrizio Tancredi (#u8506e597-fe7b-59c5-8215-10554c1e9f53) Capitolo 2 (#u36095448-bb2d-5d7e-b764-02da5f70d8be) Riccardo Ferrari (#ua6e79f03-5cb6-524c-82f6-6b19ee0de6a4) Capitolo 3 (#u7c6f04e0-2075-54e4-ae8d-ea8133e474a7) Il caso (#u8f2f4db5-dcee-524a-bd31-9b92b1efb214) Capitolo 4 (#u6fc19352-250d-51a9-9436-fc0680a30cba) Un nuovo cliente (#u37302f59-7e64-5109-9587-9d32d17f2a35) Capitolo 5 (#u5a5ecde9-9e5d-5afb-ae16-53f5367052b3) Lo straniero (#u3cc33e02-dde7-570e-84a0-04b0d3353b10) Capitolo 6 (#u356297e4-20e5-59aa-baf9-ccab19cf7fd7) Il ritorno (#ucde84457-80a4-5efe-bbce-795a68aa57b9) Capitolo 7 (#ucf7587cf-7f86-59b0-9ca9-f03423ee289d) Faccia a faccia (#ua6ba850e-58c4-500a-9b41-7007f304129f) Capitolo 8 (#u6d77802e-7025-5f68-adb6-d4a1473a7cdb) La spia (#u56968ed4-185e-554b-aafb-c02f01768a83) Capitolo 9 (#litres_trial_promo) Il bluff (#litres_trial_promo) Capitolo 10 (#litres_trial_promo) A casa di Alvarado: (#litres_trial_promo) l’ interrogatorio (#litres_trial_promo) Capitolo 11 (#litres_trial_promo) Nell’altra stanza (#litres_trial_promo) Capitolo 12 (#litres_trial_promo) L’imprevisto (#litres_trial_promo) Capitolo 13 (#litres_trial_promo) Una lunga notte (#litres_trial_promo) Capitolo 14 (#litres_trial_promo) Alla Salus (#litres_trial_promo) Capitolo 15 (#litres_trial_promo) Chiamata da Londra (#litres_trial_promo) Capitolo 16 (#litres_trial_promo) L’accordo (#litres_trial_promo) Capitolo 17 (#litres_trial_promo) Qualcosa è cambiato (#litres_trial_promo) Capitolo 18 (#litres_trial_promo) Il consiglio di amministrazione (#litres_trial_promo) Capitolo 19 (#litres_trial_promo) La visita (#litres_trial_promo) Capitolo 20 (#litres_trial_promo) Al deposito (#litres_trial_promo) Capitolo 21 (#litres_trial_promo) Quello che resta (#litres_trial_promo) Capitolo 22 (#litres_trial_promo) Il nipote (#litres_trial_promo) Capitolo 23 (#litres_trial_promo) Poggioreale (#litres_trial_promo) Capitolo 24 (#litres_trial_promo) L’accusa (#litres_trial_promo) Capitolo 25 (#litres_trial_promo) Dettagli (#litres_trial_promo) Capitolo 26 (#litres_trial_promo) Tutta la verità (#litres_trial_promo) Capitolo 27 (#litres_trial_promo) La donna amata (#litres_trial_promo) Capitolo 28 (#litres_trial_promo) Cercare in famiglia (#litres_trial_promo) Capitolo 29 (#litres_trial_promo) L’altro nome (#litres_trial_promo) Capitolo 30 (#litres_trial_promo) Insieme! (#litres_trial_promo) Capitolo 31 (#litres_trial_promo) La difesa (#litres_trial_promo) Capitolo 32 (#litres_trial_promo) Il processo (#litres_trial_promo) Capitolo 33 (#litres_trial_promo) Quelli che contano (#litres_trial_promo) Capitolo 34 (#litres_trial_promo) Alla barra (#litres_trial_promo) Capitolo 35 (#litres_trial_promo) Arriva la scientifica (#litres_trial_promo) Capitolo 36 (#litres_trial_promo) Puntare il dito (#litres_trial_promo) Capitolo 37 (#litres_trial_promo) La traccia (#litres_trial_promo) Capitolo 38 (#litres_trial_promo) Il collega (#litres_trial_promo) Capitolo 39 (#litres_trial_promo) La parola alla difesa (#litres_trial_promo) Capitolo 40 (#litres_trial_promo) Il movente (#litres_trial_promo) Capitolo 41 (#litres_trial_promo) La teste (#litres_trial_promo) Capitolo 42 (#litres_trial_promo) Sella (#litres_trial_promo) Capitolo 43 (#litres_trial_promo) Senza macchia (#litres_trial_promo) Capitolo 44 (#litres_trial_promo) Il nuovo testimone (#litres_trial_promo) Capitolo 45 (#litres_trial_promo) Fare coraggio (#litres_trial_promo) Capitolo 46 (#litres_trial_promo) L’ arringa (#litres_trial_promo) Capitolo 47 (#litres_trial_promo) …e due (#litres_trial_promo) Capitolo 48 (#litres_trial_promo) …e tre (#litres_trial_promo) Capitolo 49 (#litres_trial_promo) Pensare al futuro (#litres_trial_promo) Capitolo 50 (#litres_trial_promo) La sentenza (#litres_trial_promo) Capitolo 51 (#litres_trial_promo) Libero! (#litres_trial_promo) Capitolo 52 (#litres_trial_promo) L’ultimo filo (#litres_trial_promo) Capitolo 53 (#litres_trial_promo) La verità (#litres_trial_promo) Capitolo 54 (#litres_trial_promo) …tutta la verità (#litres_trial_promo) Capitolo 1 Fabrizio Tancredi Vincitori e perdenti. Cacciatori e prede. Ecco di cos’è fatta un’aula di tribunale. Ecco di cos’è fatto il mio mondo. Un mondo dove tra la prima e la seconda categoria aleggia una linea sottile. Una realtà dove un soffio di vento può fartela varcare. Da tempo ho capito qual è il lato giusto della linea nel quale stare. Io sono un vincente. La mia non è inutile arroganza ma una semplice constatazione. Ogni uomo, in fondo, non fa altro che seguire gli istinti della propria natura. E io sono nato per cacciare. Sono nato per vincere. E c’è una ragione per la quale, nella maggior parte dei casi, riesco a non varcare quel confine. Sono bravo a calcolare il vento. Nei miei trent’anni di vita ho dovuto lavorare come uno schiavo per imparare tutto ciò che un avvocato ha bisogno di sapere per emergere. Ma per essere il migliore ho dovuto sviluppare una dote che nessun libro può trasmettere e che nessun maestro può insegnare: il fiuto animale. Una affinità per i cambiamenti di rotta che all’interno di un palazzo di giustizia può salvare il culo più spesso di quanto si immagini. Lo stesso fiuto che mi ha fatto percepire una esitazione di troppo, una piccolissima pausa che ha messo in moto una congettura poi rivelatasi esatta. Lo stesso fiuto che stamattina mi ha fatto recapitare una sentenza che profuma di vittoria. Carenza dei requisiti di legittimazione. Un modo squisitamente giuridico per dire che hai buttato nel cesso cinque anni di cause legali e ventimila sterline di spese legali, cui si aggiungeranno altre diecimila che la società difesa dallo studio per cui lavoro, sarà ben felice di versare per averle evitato un risarcimento di qualche milione. Al volo riassetto il nodo della cravatta grigia che cala immacolata su un vestito di pura seta, mentre entro dalle porte trasparenti della Smithson Partnership e punto dritto agli ascensori che ormai cavalco da cinque anni. Detesto le cravatte ma ogni mondo ha le sue etichette, ogni vita ha qualche compromesso e, in tutta onestà, quello delle cravatte è, forse, il meno gravoso cui accondiscendere. Tre minuti e sedici piani dopo sono nel corridoio esterno a fissare la sorridente segretaria dello studio. Uno schianto dai capelli castani e occhi marroni assunta la scorsa settimana alla quale ancora non sono riuscito a chiedere il nome. C’è qualcosa di carico, di solare in quel sorriso. Il radioso raggiare di una ragazza che ha vissuto quest’ambiente troppo poco tempo. Forse è proprio questo che mi piace di lei. Mi riprometto di invitarla a bere qualcosa se mai ci sarà tempo e luogo. Mentre le passo davanti mi fa un brevissimo cenno della mano per catturare la mia attenzione. <> Lupus in fabula. <> per un attimo mi illudo le sia sfuggita la pausa appena accennata che sottintende il “come cavolo ti chiami?” <<...Sofia, mi chiamo Sofia avvocato>>. “Giusto, Sofia”. <>. Il suo viso si colora leggermente di rosso mentre allungo la mano per stringere la sua. Rapidamente mi allontano dalla sua scrivania per evitare ulteriore imbarazzo e punto dritto alla fine del corridoio passando davanti ad una piccola costellazione di uffici arredati con gusto, tra cui anche il mio, e busso all’ultima porta in fondo. <>. Richard Smithson, come al solito, è dietro alla sua scrivania padronale in mogano, intento a sorseggiare un caffè. Il socio fondatore dello studio che occupa la parte est del palazzo, un uomo attempato con un fisico asciutto e i capelli argentei folti, è un astuto bastardo che nei trascorsi trentacinque anni ha dominato la scena del diritto societario in città. Un capo e mentore che ha speso gli ultimi cinque anni supervisionando la mia formazione e ad inculcarmi quell’idea che sta alla base di qualsiasi avvocato in gamba: in aula i risultati sono gli unici a contare. Una mentalità che oggi ha dato i suoi frutti. <> <>, sorride sornione. <> <>, risponde con una smorfia esasperata. <>, replico avanzando. La tirchieria di quest’uomo verso i propri dipendenti è nota in tutto l’orbe terracqueo in cui vi sia un tribunale. <>. Mi fece accomodare sulle poltrone foderate di pelle sintetica di fronte alla scrivania. Quanto le adoro. Porgo a Smithson la sentenza appena ritirata in cancelleria e lui inizia a leggerla pigramente alternando placidi segni di approvazione ad un aplomb spettacolare. In quelle poche pagine c’è il riassunto delle mie attività processuali. La società da noi difesa era stata citata per un risarcimento epocale da parte di una grossa azienda di autotrasporti che lamentava di essere stata danneggiata dalle protuberanze metalliche arrugginite del magazzino dei suoi clienti. La situazione era chiara e avevamo torto marcio. Pertanto, ho chiamato la controparte per trovare un accordo ed evitare il processo. È stato allora che il fiuto è venuto in soccorso. È stato allora che ho calcolato il variare del vento. Ogni società ha un amministratore che la rappresenta, anche in un giudizio civile o penale e i nostri avversari non facevano eccezione, tranne che per una cosa. Il nome dell’amministratore che ci ha citati non era lo stesso presente sullo statuto della società. Dopo una breve indagine è venuto fuori che il vecchio gerente aveva dato le dimissioni appena un mese prima della vicenda e che il suo sostituto ha dato fuoco alle polveri prima ancora di essere nominato ufficialmente, quindi senza alcuna autorità legale al tempo dell’inizio della causa. L’idea mi era venuta al telefono con la segretaria della controparte. Al sentire il nome sbagliato la donna aveva avuto una titubanza, un’esitazione di troppo che mi ha messo sulla strada giusta. <>, chiede Smithson di sottecchi, <>. Mi stendo sullo schienale della poltrona. <>, domando. Richard annuisce assottigliando gli occhi e congiunge le mani lanciando uno sguardo oltre le lastre di vetro della sua finestra che offrono come spettacolo tutta Londra. <> Smithson rigira la poltrona e mi guarda fisso negli occhi. <>. Capitolo 2 Riccardo Ferrari “Le persone di successo hanno l'abitudine di fare le cose che i falliti non fanno. Anche a loro non piace necessariamente farle. Però la repulsione si piega alla forza della determinazione.” Questa frase di E. M. Gray ha condizionato la maggior parte della mia vita. Come avvocato e come ex atleta ho sempre pensato che si dovesse ricercare sempre la perfezione. Meglio puntare alle stelle e colpire la luna, che puntare al terreno e colpire i piedi! È lunedì. Come ogni giorno mi sveglio alle 6:00 per andare ad allenarmi prima di vestire i panni del penalista. Ormai sono abituato ai sermoni non richiesti dei frustrati che pronunciano la parola “capolinea” o “fallimento” in mia presenza. Sono sempre stato circondato, fin dai tempi del liceo, da persone che credevano di saperla più lunga di me. “Sì, va beh, ora ti alleni, ma aspetta di iscriverti all’università e vedrai…”; “Quando dovrai lavorare non avrai più tempo…”; “Quando avrai una famiglia non riuscirai più a pensare al tuo fisico…”, a sentir loro avrei dovuto smettere di allenarmi più di dieci anni fa, invece sono ancora qui: dopo il liceo, dopo l’università e nonostante il lavoro! Aspetto cosa vorranno inventarsi più avanti... La verità è che quando fai qualcosa che agli altri non riesce, stai minando ben bene la loro realtà e per timore, ti attaccano, sminuendoti. Oggi giorno le opinioni rappresentano la merce più a buon mercato! Vado nella mia stanza adibita a palestra, accompagnato dal mio personal trainer, Lucky, un cuccioletto instancabile di Epagneul Breton e inizio a tirare pugni al sacco... spesso lo faccio quando devo pensare alla soluzione per un caso difficile... Continuo il workout con qualche esercizio di pesistica e vado a fare una doccia per poi, finalmente, avere la mia meritata colazione! Non ho mai capito come fanno alcune persone a rinunciare a questo fantastico momento della giornata: per me, iniziare la giornata senza la colazione, equivale a guidare l’auto senza metterci la benzina. Scelgo attentamente il vestito e la cravatta da indossare - devo dire che sono stato ben istruito dalla mia fidanzata, Maya, ora all’estero per lavoro, perché prima ero una frana nell’abbinare i colori - e mi avvio con lo scooter al Tribunale, un grosso grattacielo di vetro, aula penale, secondo piano. Mentre aspetto il mio turno durante la lunga attesa per prendere l’ascensore - di solito vado a piedi, ma oggi ho la borsa stracolma - ricordo quando ero ancora un principiante praticante avvocato e, intimorito, mi accingevo a conoscere questo mondo col mio primo dominus: un avvocato anziano uscito direttamente dalla penna di un regista di teatro napoletano del secolo scorso, un procuratore partenopeo molto folcloristico che confondeva l’improvvisazione con la procedura e la fantasia con la retorica. In ascensore, pieno più del limite massimo consentito, ascolto i discorsi degli avvocati e dei tanti azzeccagarbugli che affollano quotidianamente i corridoi di questo immenso edificio. Osservo i linguaggi non verbali del corpo: un bravo penalista deve essere anche un valente psicologo. Ascolto due praticanti che si lamentano dell’esame di abilitazione e ritorno con la mente alla mia pratica legale quando anche io sono passato sotto la mannaia dell’esame di abilitazione. Un modo per i Consigli dell’Ordine di avere il controllo sul mondo del lavoro e sui loro sottoposti. Entro in aula prima di tutti: non sono mai riuscito a prenotarmi per primo anche quando entravo col personale di servizio e, come è consuetudine nelle Corti di Napoli, trovo in lista avvocati ai primi posti delle cause, ovviamente non presenti... Mi sono sempre chiesto il segreto di questo dono dell’ubiquità! Avvocati ancora sotto le lenzuola che, con la forza della visualizzazione, risultano prenotati prima degli altri… Mi metto in lista come quarto. Mi accomodo in seconda fila per lasciare i primi posti ai legali fantasma "prenotati" prima di me e inizio a leggere un libro del mio autore preferito, provvidamente portato in borsa per non annoiarmi: “La giuria” di John Grisham. Verso le 9:30 il Giudice fa rientro dal bar, indossa la toga e finalmente, dopo più di un’ora di attesa, in un’aula gremita di persone, tra giornalisti e parenti dei detenuti, il sipario si alza e lo spettacolo inizia. Le prime due cause sono semplici rinvii dovuti ad assenza dei testimoni e ad un impedimento degli avvocati difensori: in altre parole un metodo per procrastinare la causa il più a lungo possibile sperando o nell’aiuto della prescrizione o nell’aiuto di un indulto ricevuto da qualche parlamentare attento ai bisogni degli imputati. La terza causa, invece, rappresenta uno stacco dalla monotonia della mattinata. Si interroga il testimone principale dell’accusa, un querelante che non riesce né ad esprimersi bene in italiano né ad articolare il suo discorso in maniera chiara e che porta il giudice a dover fare da interprete! Finalmente, dopo cinque minuti di un’ulteriore sospensione processuale, inizia il mio processo. Sono pronto. Ho studiato tanto per questo caso. Si tratta di un reato di contrabbando commesso da due militari fuori servizio. La stampa e la televisione ne hanno parlato per giorni e una vittoria farebbe aumentare di molto la mia popolarità... e con essa la mia parcella. Indosso la toga e rileggo gli appunti dei passaggi più importanti della mia arringa finale. Il mio pensiero e la mia concentrazione sono interrotti dalla voce tuonante del Giudice: <>. <>. Queste le parole conclusive del Pubblico Ministero, oltremodo frettoloso e pieno di sè. Nell’aula si alza un vocio dai posti più lontani. Il Giudice ordina il silenzio. La pena chiesta dall’accusa è esemplare ed è anche un bel grattacapo, dato che si è fuori dal beneficio della sospensione condizionale della pena, concesso per condanne fino ai due anni. <>, mi incita il Giudice. Mi alzo per prendere la parola. L’adrenalina sale, ma l’esperienza prende il sopravvento. Sparisce tutto: pubblico, cliente, giudice e Pubblico Ministero. Esiste solo il mio discorso e lo devo pronunciare con la massima intonazione per arrivare diritto al Giudice. <>. Piccolo trucco del mestiere, una sviolinata per far sì che il soggetto che dovrebbe essere imparziale si sbilanci un po' più dalla propria parte… <>. Osservo l’espressione del Giudice, questa non gli deve essere piaciuta, di solito le questioni di legittimità costituzionali vanno presentate prima dell’udienza, in modo tale che il giudicante le possa studiare attentamente, ma in questo caso non ne ho avuto il tempo. Lo sto costringendo a lavorare troppo e a lui non piace mai. Ma devo continuare… <>. Ora il Giudice non mi sta più guardando, segno visibile che l’attenzione va scemando o che semplicemente sta pensando ai fatti suoi. Mi fermo, allora, giusto il tempo che il Giudice ritorni con gli occhi fissi su di me e continuo il discorso, sto arrivando al momento clou…. <>. Bene, ora che l'ho rapito devo subito segnare un punto a favore. <>, altro trucco quando si vuole dire qualcosa al Giudice senza toccarne la suscettibilità, <<…che con la nascita del mercato comune europeo per il movimento di beni e capitali non è più valida la vecchia definizione del confine di Stato. La Convenzione Europea ha espressamente previsto uno spazio comune europeo ed oggi è quindi possibile il commercio di beni a livello europeo senza dover pagare più dazi doganali. Tanto è vero ciò, che il reato di contrabbando può sussistere solo nei confronti di merci extracomunitarie gravate da diritti di confine. Se sono presenti accordi bilaterali, in base ai quali i diritti di confine non sono dovuti, non ci sarà reato e i soggetti saranno esenti da pena. Sembra evidente che acquistare sigarette all’interno del compartimento NATO sia equivalente ad acquistarle all’interno della Comunità Europea!” Occhiataccia del Giudice al Pubblico Ministero… mi stavo galvanizzando! “Qui si vuole evidenziare la pretestuosità del capo di imputazione. Infatti è palese che ci troviamo dinanzi ad una realtà diversa dal contrabbando classico previsto dalla norma di cui all’art. 291 bis del decreto sul contrabbando, con l’effetto di punire gli imputati per un reato che essi non hanno commesso! Un’ultima precisazione prima di concludere, Giudice. Non deve impressionare la quantità ingente di tabacco e la somma di denaro trovate indosso agli imputati perché essi si recavano solo saltuariamente a comprare le stecche di sigarette incriminate e, una volta lì, acquistavano anche la razione loro spettante in precedenza. Inoltre le sigarette che acquistavano erano provenienti dalla Svizzera e tra l’Italia e la Svizzera ci sono precisi accordi di trasporto di merci. Quindi il tabacco non era da considerarsi come lavorato all’estero!>>. Ora lo sguardo del Giudice passa sugli imputati, le rughe sulla fronte non sono più corrucciate. Mi accingo alla fine della requisitoria… <>. Ho fatto tutto il possibile. Sono esausto. Nei giorni precedenti l’arringa ho studiato per ore fino a notte fonda per trovare una breccia nelle accuse della Procura. La sera precedente il processo ho avuto una intuizione geniale: il contrabbando riguarda il tabacco lavorato all'estero e se le sigarette fossero state acquistate all’interno della Unione Europea o presso un altro Stato che aveva precisi accordi in merito con l’Italia, il reato sarebbe caduto con buona pace dell’accusa! Ora bisogna solo aspettare che il Giudice esca dalla camera di consiglio e pronunci il verdetto. Esco dall’aula penale e mi reco al bar fuggendo dai microfoni dei giornalisti perché ho bisogno di stare un po’ da solo. Mentre sono al bancone sorseggiando il caffè sento squillare il cellulare: <>, mi avvisa il maresciallo Leone. Se il Giudice è rientrato così presto vuol dire che ha già in mente la sentenza e di solito non è una cosa buona. Corro giù per le scale ed entro nel primo ascensore aperto. Appena aperte le porte dell’ascensore, mi fiondo in aula zigzagando tra il pubblico e i giornalisti, entro giusto in tempo. <>. Mi sento tremare dalla felicità, non credo alle mie orecchie. Ricevo immediatamente l’abbraccio di Leone e di Grosso mentre dalla sala si sente il pianto dei parenti degli ex imputati e il forte chiacchiericcio dei giornalisti… Ho vinto! Ora mi aspetta il successo! Capitolo 3 Il caso (Tancredi) Da qualche parte nel mondo, migliaia di anni fa, qualcuno ha teorizzato il capitalismo. Quella teoria economica è stata provata sul campo e ha dato luogo alle prime forme di azienda. Alcune di queste sono cresciute e, sempre in nome della teoria, hanno guadagnato qualche soldino da mettere nel porcellino di terracotta. Una parte ancora più esigua delle altre che si sono sviluppate, ha scoperto un bel giorno che il salvadanaio sulla mensola non bastava più a contenere i propri profitti, che nel frattempo si erano moltiplicati in modo osceno, ed ha pensato bene di comprarsi una banca per custodirli. Ovviamente non stiamo qui a concentrarci sui modi più o meno legali, ad esempio lo strozzinaggio finanziario, con cui alcune compagnie hanno accumulato così tanto, ma teniamo a mente che quanto più grandi sono le loro fortune tanto più grandi sono i loro interessi. In questo mare di piragna dove ognuno sopravvive cercando di dare la prima zannata, si collocano la società farmaceutica Dreddson & Co. e il dottor Francisco Alvarado. Questa, almeno, è l’idea che ha Richard Smithson, di raccontare un antefatto legale. Circa dieci anni or sono la Dreddson, che si vanta di investire nella ricerca un miliardo di sterline l’anno, aveva annoverato il giovane e promettente scienziato tra le sue file, dandogli una paga che oscillava poco sotto il prodotto interno lordo del Principato di Monaco. Francisco Alvarado, con la sua laurea alla John Hopkins e due master, uno in oncologia gastroenterica ad Harvard e l’altro in oncologia tiroidea a Cambridge, si era presentato con le credenziali in regola per scoprire la cura contro il cancro e naturalmente la Dreddson aveva coltivato questa sua passione per uno scopo profondamente umanitario: guadagnare una mappata di soldi. Nel giro di una settimana gli avevano dato un laboratorio superattrezzato, una macchina, un cellulare e, soprattutto, una missione. Creare un farmaco antitumorale da poter invadere il mercato. La joint-venture tra i due era stata duratura e non priva di soddisfazioni. Alvarado progrediva anno dopo anno, anche se la medicina miracolosa non era ancora arrivata. Insomma, tutto procedeva per il meglio, fino a quando, stando a quanto dice il gigante farmaceutico, Alvarado ha raccolto armi e bagagli ed è volato a sud della Manica lasciando come lettera di dimissioni un dito medio alzato. Naturalmente, il colosso della salute aveva vincolato sotto un contratto di ferro qualsiasi scoperta o prodotto finito che il caro Alvarado avesse tirato fuori dal suo vulcanico cervello, quindi riteneva che la perdita del capo della ricerca fosse un problema in qualche modo arginabile e non si era preoccupato più di tanto delle sue sorti. O almeno questo era successo prima che qualche topo di laboratorio della Dreddson aprisse pagina 47 del British Medical Journal e scoprisse con orrore che la Salus S.p.A., società farmaceutica operante principalmente in Italia, con sede legale a Napoli, stava per presentare al consesso medico – scientifico italiano una cura rivoluzionaria per il cancro metastatico intestinale. Quello che sorprese di più la Dreddson, non fu tanto la notizia in sé, quanto il nome del dottore cui la Salus aveva affidato la ricerca. A quanto pareva Alvarado aveva cambiato nazione ma non la professione. <>, dice Richard prima di scolarsi l’ultimo sorso del suo schifoso caffè. Accavallo lentamente le gambe e prendo un bel respiro. <>. <> <<...sono in automatico coperti dal segreto industriale>>, termino io. Smithson annuisce. <>. Mi gratto la guancia distrattamente beneficiandolo di una smorfia repressa. <>. <>, scimmiotta. <>. Richard posa il bicchiere ormai vuoto e congiunge la mani. <> <>. Smithson sorride. <>, risponde. <> <>, dice dondolandosi sulla sedia. <>. <>, mi anticipa lui. Guardo il bordo della sua scrivania in noce mentre considero tutti i punti di vista. <>. <>, mi sprona accompagnando la frase con le mani. <>. <>, dice canzonatorio. <> <>. Richard ora ha un sorriso a trentadue denti. <>, attacca con tranquillità. Si schiarisce la gola e prende la parola. <>, chiede candido. <>. <>, domanda porgendosi in avanti. <>. Richard chiude gli occhi e scuote il capo lentamente. <> <> <> <> <>, d’un tratto la nebbia si dissipa e capisco dove vuole arrivare. <>. Richard congiunge le mani in segno di approvazione. <>, chioso. Mi rilasso un istante sulla poltrona e annuisco. <> <> <>, replico. <>, ribatte Richard sorridendo. <>. Un frangente della mia vita che ho lasciato alle spalle. <>. <>. Richard allunga una mano verso il cassetto dello scrittoio e ci tira fuori una busta bianca sigillata e me la allunga. <>, replica. Apro il plico tirando fuori il biglietto per Napoli e la ricevuta di prenotazione dell’hotel. <>, domando senza neanche leggere le date. <>. Per un attimo spero di aver capito male. <>, gli grido. Richard annuisce inarcando un sopracciglio. <>, si protende vistosamente verso di me. <> <<…e una marea di altre stronzate per le quali posso farti sostituire da qualcuno. La Dreddson è un cliente grosso e non voglio perderlo quindi dobbiamo agire in fretta e con decisione prima che si rivolgano a qualcun altro. Altre domande?>>. Abbasso la testa afflitto. Quando sono partito dall’Italia anni fa ho sempre pensato che ci sarei tornato solo da turista un paio di volte l’anno. Di certo non mi aspettavo che il mio rientro in grande stile avvenisse questa sera. <> Richard ghigna malefico: <>. Scuoto ancora un po’ la testa visibilmente seccato da quest’irruzione nella mia routine quotidiana. <> <>. Di nuovo diniego il capo. <> Smithson arriccia le labbra. <>. Capitolo 4 Un nuovo cliente (Ferrari) Il giorno dopo l'arringa mi godo gli effetti del successo. Quella sensazione di sicurezza e forza che ti dà la vittoria. Ricordo ancora la mia prima richiesta di assoluzione. Ero un praticante avvocato e il processo riguardava un caso di lesioni personali. Passai tutta la notte a studiare e ottenni una brillante assoluzione per legittima difesa. Da quel giorno ho indossato la toga molte altre volte. Al mattino, dato che non ho cause, mi dedico ad una seduta di un'ora di corsa col mio Bretoncino, Lucky. Il pomeriggio, invece, come di consueto, mi reco presso il mio studio con tutta la calma possibile, in assenza di appuntamenti previsti. Decido comunque di anticiparmi, a causa del caotico ed imprevedibile traffico napoletano. Parcheggio lo scooter nell'androne del palazzo e il portiere, una persona attempata e simpaticissima con la quale mi trattengo sempre a discutere di politica, sport e della vita in generale, mi dice che la mattina sono passati due soggetti che volevano parlare con me. Ora, se avessi perso la causa avrei potuto pensare che ero in guai seri. Ma dopo la splendida vittoria quello che dissi fu solo: <>. <>, ribatte prontamente. <>, rilancio io, <>. <> <>, dico sorridendo mentre salivo il primo gradino per andare al mio studio al secondo piano. Giro la chiave ed entro nel lungo corridoio che separa la sala riunioni, a destra, dalla sala d'attesa, a sinistra. Proseguo oltrepassando la stanza di un commercialista, a cui l'ho subaffittata, passo per lo studio riservato ai praticanti arrivando al mio studio. Poggio la borsa professionale sulla mia scrivania in legno intarsiato e proseguo nella stanza fotocopiatrice e fax per vedere se mi è stato recapitato qualcosa. Quando ero giovane, questo era uno dei compiti di un praticante. Io, però, ho deciso di invertire la rotta e dare ai praticanti avvocato il rispetto che meritano. Purtroppo ora non ho praticanti poiché a Napoli non tutti i clienti pagano con regolarità e, quelli che lo fanno, pensano di stare in un negozio di abbigliamento in saldo! Al fax vedo solo fogli pubblicitari di offerte telefoniche o di fotocopiatrici per studi privati. Li prendo e li getto nel cestino della carta. DRIIN DRIIN DRIIN Corro verso il telefono nell'altra stanza, devo decidermi a trovare una segretaria. <> <> <> <>. L'indomani mattina arrivo alle 9:00 in ufficio e mi siedo alla mia scrivania carico e pronto a qualsiasi sfida mi si possa presentare. Alle 9:30 bussano alla porta dello studio. È lui. <>. <>. <>, gli rispondo, mentre gli faccio strada verso il mio studio. A prima vista il sig. Saveri è un tipo particolare, indossa una bombetta in testa, un vestito classico con doppiopetto e un papillon al posto della cravatta, scarpe classiche italiane di quelle che si potrebbe sfamare una intera famiglia per un mese. Ha tutta l'aria di essere un tipo sveglio. Ci accomodiamo. <> <> <>, mi apostrofa il Charlie Chaplin del ventunesimo secolo urtando la mia suscettibilità. <>. <>, lo bacchetto facendogli capire che a casa mia comando io e dirigo io la discussione. <>. Intanto prendo il telefono e ordino due caffè...iniziamo proprio bene la giornata! <>. Ora il discorso stava prendendo una piega interessante. <>. Bussano alla porta. Faccio entrare il ragazzo del bar e offro al mio dirimpettaio la sua tazza di caffè zuccherato. Sorseggiare un buon caffè (che io prendo amaro per gustarne appieno le sue qualità) è un rito tutto napoletano. Può crollare il mondo ma “ ‘a tazzulella ‘e cafè ’’ non deve mai mancare. <>, lo invito ad andare avanti ora che la caffeina ha reso la discussione ancora più interessante. <>, asserisce battendo i pugni sulla scrivania mentre la sua figura si irrigidisce di un colpo. <>, prosegue Saveri, <>, continua energicamente, <>. <>. Lo tengo sulle spine, anche se ho già deciso di accettare il lavoro perché, più dure sono le sfide e più mi piacciono, ma così facendo posso tirare sull'onorario. <>. <>. Intanto visualizzo già il mio conto in banca lievitare e pregusto di battere un lord inglese amante del the! Puah! <>. <>, ed intanto si alza per riprendere la borsa e avviarsi verso la porta di ingresso. Il giorno seguente mi sveglio presto. Vado a correre col mio personal trainer canino, quando mi alleno con lui ho la sensazione di avere madre natura come partner e non c'è niente di più affascinante e mi metto subito all'opera leggendo l'incartamento. Come è mia abitudine ascolto una musica rilassante di sottofondo. Verso l'ora di pranzo avevo letto già più della metà dei documenti. Decido di contattare il sig. Saveri per prendere un appuntamento col suo Consiglio di Amministrazione al completo. Lo chiamo e fissiamo l'appuntamento per quello stesso pomeriggio presso la sede della società. Arrivo con la mia Station Wagon (sì, lo so che non è una macchina per un avvocato, ma ho pur sempre un fratello peloso da portare con me che necessita di molto spazio!) all'indirizzo indicatomi e, per una volta, il navigatore mi porta a destinazione senza prima averlo mandato a quel paese dieci volte per avermi fatto girare in tondo. Entro in un grosso vialone alberato e proseguo per circa un chilometro. Parcheggio in un bellissimo prato inglese e mi avvio all'ingresso principale. L'edificio è dipinto con molti colori, non mi aspettavo che una industria farmaceutica potesse avere tutti quei colori, ma evidentemente doveva far parte di una precisa strategia. All'ingresso trovo un omone della sicurezza a cui, dopo essermi presentato, chiedo indicazioni per trovare il boss. Mi fa però cenno di seguirlo poiché mi avrebbe accompagnato lui stesso in sala riunioni. Camminiamo nel corridoio di questo enorme edificio a forma di casermone per buoni cinque minuti fin quando non arriviamo nei pressi di una stanza di vetro. All'ingresso, l'omone mi lascia nelle mani di una attempata segretaria che mi fa cenno di entrare e aspettare che di lì a poco sarebbe arrivato il Consiglio di amministrazione al completo. Mi siedo e aspetto. La stanza è una classica sala riunioni con al centro un grosso tavolo rettangolare e al muro ritagli di giornale raffiguranti i successi nel campo della ricerca della Salus. Passano i minuti e ricordo il passato quando il mio dominus aspettava i clienti. Se non erano puntuali iniziava a perdere le staffe. Lui, il grande avvocato, non poteva attendere, tutt'al più doveva essere atteso! Sorrido ricordando qualche episodio divertente e, nel mentre, si apre la porta. È arrivata la cavalleria al completo. <>, dice il più giovane dei tre. <>. <>. Ora li conosco tutte e tre. <> <>, parole magiche pronunciate dal capo dei capi, Saveri. <>. <>, li incito all'attenzione. <>. <>, asserisce il dott. Fazio. <>, protesta Saveri. <>, ribatte Raia. <>, cerco di portare la calma, <<... siamo qui per discutere da persone civili e non per litigare. Allora, dicevamo?>>. Prese la parola, come evidentemente era abituato a fare, Saveri. <>. A Saveri brillano gli occhi al ricordo di quell'episodio, <>. <>. A questo punto mi interessa solo come piazzare punti a favore nella eventuale transazione col milord inglese. <>, asserisce Saveri. <>. Ecco l'intervento che mi aspetto da parte del dott. Fazio. È giunto il momento di porre fine alla discussione prima che degenerasse nuovamente. <>. In realtà la storia mi appassiona già! Faccio un saluto generale e mi avvio alla macchina per il ritorno a casa. Dopo due giorni ho già accettato l'incarico e mi preparo per l'appuntamento del venerdì successivo. Capitolo 5 Lo straniero (Ferrari) La mattina, come di consueto prima di un appuntamento importante, mi alleno. Tiro di boxe al sacco e ho la mia seduta con i pesi. Indosso, per l'occasione, il mio abito migliore. Voglio fare colpo sull'avvocato inglese, del resto l'Inghilterra mi ha sempre affascinato così come la sua cultura. Ricordo quando, molto giovane, soggiornavo da amici dei miei genitori a Cambridge. Il mio primo viaggio in Inghilterra fu una sorpresa: pensavo di recarmi in un paese ostile, freddo di clima e di persone e in cui non mi sarei divertito, invece, le mie impressioni furono ben altre... avevo conosciuto persone educatissime, rispettose e serie e avevo visto con i miei occhi che il sistema anglosassone funzionava per tutto, dal primo lavoro, all'acquisto di una casa. Lo stato non lasciava mai il cittadino, ex suddito, da solo. Visitai anche numerosi college e l'università di giurisprudenza nonché quella di criminologia. Ne rimasi colpito. Quando tornai in Italia il mio primo pensiero fu un paragone ingiusto con le nostre strutture. Ho iniziato a studiare legge un po' per tradizione familiare, un po' per passione, ma soprattutto perché attirato dalla figura americana dell'avvocato, persona ammaliante e molto rispettata. La realtà italiana mi avrebbe presentato ben altre sorprese! Una cosa certa che desideravo avere dai miei studi era di non farmi fregare da nessuno nella vita. Illuso. Già nei banchi universitari vi era chi rubava gli esami e chi i cellulari. Constatai con amarezza che avrei dovuto, innanzitutto e subito, difendermi dai miei colleghi. Fu così che abbandonai le lezioni da corsista e studiai per lo più a distanza, recandomi in facoltà poche volte e per gli esami. Ma torniamo ad oggi. Si sta facendo tardi e devo sbrigarmi. Come al solito, mi alzo in anticipo e arrivo in ritardo. Questa volta, però, non posso fare brutta figura, devo essere puntuale. Entro in auto per combattere col traffico cittadino che di inglese ha solo la guida a destra sempre in fase di sorpasso nella corsia che dovrebbe essere quella "lenta". Napoli è una città bellissima ma incoerente. Si atteggia a metropoli avanzata ma, in essa, convivono scene di illegalità divenute ormai consuetudine. Quando mi affaccio dal balcone dello studio posso osservare la fiera di personaggi che caratterizzano questo poliedrico angolo di mondo. Capaci di grosse bellezze ma anche di enormi nefandezze. Trovi il parcheggiatore abusivo e a lato il vigile urbano. Trovi il poliziotto di quartiere e gli storici "giocatori delle tre carte". Insomma, dove mi trovo ad esercitare è un mondo in cui ci si può imbattere in clienti di ogni genere. Non credo che un inglese possa mai abituarsi a questo modo di vivere. Arrivo puntuale all'albergo, Excelsior, uno splendido albergo a 5 stelle plus situato sul lungomare. Si tratta bene l'inglese! Mi annuncio alla receptionist che mi introduce nella sala riunioni appositamente noleggiata e preparata con un rinfresco per l'occasione. Mi accomodo sulla sedia di fronte all'ingresso principale per notare chiunque entri e aspetto. Dopo circa 10 minuti arriva. Devo dire che la prima impressione non è molto positiva. Indossa un elegante abito blu notte in perfetto stile inglese con gilet e soprabito attillati e cravatta perfettamente intonata. Scarpe lucidissime di cuoio nero. Quello che mi colpisce è, però, il suo sguardo: altezzoso, superbo e compiaciuto. Sembra guardare il mondo dall'alto in basso, quello che Paul Ekman definisce come “sguardo da disprezzo sociale”: labbra lievemente serrate e naso leggermente arricciato. Può darsi che mi sbaglio ma, se è guerra che cerca, può esserne certo, ne troverà più di quanto a lui necessita. Mi alzo e vado a stringergli la mano. Capitolo 6 Il ritorno (Tancredi) Non è stato il glorioso rimpatrio che sognavo. Di certo non quello che sette anni fa, valigia alla mano, mi ero ripromesso avrei fatto nel caso fossi mai tornato a calcare il suolo di questa città. Motivi per andarsene ce n’erano anche troppi e del resto, ad eccezione della mia famiglia, non credo che nessuno abbia sentito la mia mancanza in tutto questo tempo. Non ricordo fazzoletti bagnati o amici dispiaciuti all’aeroporto il giorno in cui presi il volo. Le mie ragioni non erano migliori di quelle di tanti altri. Erano soltanto alimentate da un odio feroce. L’odio che si riserva nel realizzare che non ci sono speranze o opportunità ad attenderti l’indomani. L’odio che si porta verso tutto ciò che uccide i tuoi sogni. Raccolgo pigramente il bagaglio e mi dirigo verso l’uscita passeggeri di Capodichino. Un breve sguardo d’assieme mi conferma che l’estetica dell’area aeroportuale è cambiata rispetto all’ultima volta. Esco dalle scorrevoli dell’uscita e mi dirigo verso una piccola area stradale a forma di cuneo che qualcuno, con una fantasia tutta partenopea, ha ribattezzato come “Stazionamento Taxi”. Non appena mi avvicino al primo disponibile si scatena una piccola baruffa tra vari autisti desiderosi di intascare la tariffa di trasporto. La cosa più vicina ad un salasso che questa città possa riservare. La rissa termina con un vincitore: un uomo nerboruto in canottiera che letteralmente opera un sequestro di persona. Io e la valigia veniamo sollevati di peso e messi sul sedile posteriore dell’abitacolo per partire a tutta birra prima che qualcuno dei colleghi tassisti possa accampare ulteriori proteste. <>, gracchia l’omone. Sorrido a denti stretti. La lingua napoletana ha sempre avuto un fascino molto particolare, non tanto per il dialetto in sé quanto per il folclore evocativo che trasmette. In questa città infatti qualunque sconosciuto ti si avvicini con una cravatta è per antonomasia un dottore. Poco importa se chi ti parla è l’ultimo dei ciabattini. Resta comunque un dottore. Una specie di laurea honoris causa concessa sul campo. <>, rispondo. “Vivo possibilmente”, sto per aggiungere. L’autista infatti, sprezzante del pericolo, imbocca la circumvallazione esterna ad una velocità che qualche pavido villico definirebbe criminale. Ormai è da tempo che in questa metropoli il codice della strada ha assunto un valore sempre più blando fino a sfumare in un vero e proprio catalogo di suggerimenti. In breve si è passati dall’ordine imperativo al consiglio facoltativo. Il risultato di questa evoluzione sociale è l’aver dato vita ad una specie di complotto geografico per uccidersi a vicenda non appena si mette il culo su un auto. Venti minuti dopo, ancora vivo, ma con il tassista che avrà collezionato una decina di accuse di tentato omicidio, arrivo a mettere piede nell’albergo. Il sole è alto e la mattina molto afosa. Mi ero disabituato ad un clima così mite. Prima di entrare nella hall mi giro un istante a vedere il mare a pochi metri dall’albergo. Un attimo che sembra eterno a rimirare la migliaia di scintille del sole che si riflettono sull’acqua. Un attimo a ricordare tutto quello che mi è mancato. L’appuntamento con l’avvocato della Salus è stato fissato qui per mia fortuna così ho tutto il tempo per salire sopra e cambiarmi. La suite è magnifica e talmente tirata a lucido che potrei specchiarmi nelle pareti. Non ho molto tempo prima del meeting, quindi mi fiondo sotto la doccia e tiro fuori dal bagaglio il mio magnifico doppiopetto Anderson e Shepard comprato alla Savile Row di Londra. Non sono particolarmente amante delle cravatte, ma d’altro canto adoro la buona sartoria. Qualcuno potrebbe pensare che sono un egocentrico vanitoso. Quel qualcuno avrebbe ragione. Non esito ad annodarmi compiaciuto una bellissima “Marinella’’ rosso aragosta, un piccolo piacevole ricordo che porto da Napoli in giro per il mondo. Laccato di tutto punto, raccolgo la mia ventiquattr’ore e prendo l’ascensore fino alla Hall. Nell’immenso salone ci sono svariati uomini che spaziano in lungo e in largo. Ognuno di loro potrebbe essere Ferrari. A passo lungo mi avvio alla receptionist per chiedere se un certo Riccardo Ferrari si è fatto vivo. La ragazza allunga una mano in direzione delle poltrone vicine all’ingresso e precisamente verso l’unica persona seduta. Lo sconosciuto si accorge che lo sto fissando e si alza. Ha una forma imponente e uno sguardo deciso. Da questa distanza non posso esserne sicuro, ma da come gli cade addosso il vestito, avverto che ha un bicipite grosso come la mia testa e anche il resto del corpo pare seguire lo stesso repertorio. È decisamente diverso da come me l’aspettavo. Credevo che avrei avuto a che fare con il solito ometto sudaticcio di mezz’età con l’aria da usuraio, un bel po’ di trippa sulla pancia e pochi capelli in testa. Questo qui mi sembra piuttosto il clone di un guerriero spartano con lancia e mantello. Speravo di affrontare il Pinguino invece mi trovo davanti Batman. È anche piuttosto sicuro di sé dall’aria che sfodera. È venuto per la guerra. Muove qualche passo e mi si fa incontro con un mezzo sorriso per stringermi la mano. Ricambio accondiscendente. E guerra sia. Le mani rimasero strette per alcuni secondi. Nessuno dei due mosse lo sguardo dagli occhi dell’altro. Abbassare lo sguardo prima dell’altro avrebbe mostrato una debolezza che un abile professionista avrebbe potuto sfruttare nelle future mosse. Questo duello occhi negli occhi fu interrotto dalla receptionist che li indirizzò nella sala riunioni prenotata dalla Smithson. Senza emettere un fiato si accomodarono entrambi alla scrivania ovale in legno d’acero l’uno di fronte all’altro mentre la porta alle loro spalle veniva chiusa delicatamente. Ferrari emerse da quel silenzio carico di tensione e fece un cenno della mano verso un piccolo banco su cui stazionavano bibite e snack leggeri. <> . Tancredi passò lievemente una mano sulla cravatta di seta che scivolava magnificamente sul doppiopetto con un sorrisetto: <> <>, disse Ferrari alzando il bricco del caffè per versarsi una generosa dose di caffeina. <>. <>. Tancredi allungò una mano verso la ventiquattro ore e ne tirò fuori un voluminoso fascicoletto che posò alla sinistra del tavolo mentre Ferrari finiva il suo caffè. <>. Tancredi alzò lievemente le sopracciglia <> <>, disse Ferrari con la granitica certezza che quello che Tancredi aveva tirato fuori dalla valigetta fosse solo un mucchio di carta. Tancredi accavallò le gambe congiungendo le mani. <>. Ferrari tirò indietro la testa e scoppiò in una fragorosa risata. <>, Ferrari si alzò in tutta la sua massiccia statura e lento, raccolse la sua giacca. <>, disse avviandosi verso la porta. <>, disse Tancredi con assoluta tranquillità. Ferrari si bloccò mano sul pomello. <>. Ferrari lasciò andare la maniglia e si girò di nuovo verso il tavolo delle trattative. <>, rispose Ferrari con aria di sfida. <>, frecciò Tancredi. Riccardo, spinto più dalla curiosità che dall’aperta sfacciataggine del suo avversario tornò a sedere. <>. Due secondi dopo, carte alla mano, emise un sibilo. <>, domandò Tancredi. <>, replicò Ferrari. Riccardo aveva appena posato gli occhi sull’intero trial clinico operato dalla Salus sotto la direzione di Alvarado. Documenti che, a rigor di logica, avrebbero dovuto essere secretati dall’ufficio amministrativo. <>. Dall’incartamento tirò fuori un foglio matricolato dalla Dreddson e Co. e lo fece ciondolare davanti al suo ospite. Ferrari afferrò di getto il pezzo di carta. <>, esclamò Ferrari. <>. Tancredi alzò vagamente le spalle. <>, rispose, <>. Ferrari era arrabbiato per l’imprevisto, ma evitò di perdere lucidità. <>. <>, rispose Tancredi. <>, continuò Ferrari. <>. <>. <>. <>, disse Ferrari agguantando di nuovo il bricco e colmando la sua tazza vuota. <>, asserì Tancredi. A Ferrari poco mancò per rovesciare il caffè sul tavolo. <>. Tancredi era visibilmente stufo della spacconeria di Ferrari e si appoggiò gomiti al tavolo guardandolo fisso negli occhi. <>. Tancredi raccolse in fretta i fogli e si alzò dal tavolo diretto alla porta. Ferrari pensò avesse finito ma sulla soglia Tancredi, come per un ripensamento si girò. <>. Senza aggiungere altro si voltò e uscì. Capitolo 7 Faccia a faccia (Ferrari) Immaginate di vivere fuori città, in un piccolo quartiere dove non c'è molto da fare. Quando nasci in una periferia malfamata la tua vita è condizionata da due scelte: o diventi un delinquente o un poliziotto. Io ho deciso di diventare un avvocato penalista. Non è stata una scelta dettata dal fatto che sono figlio di due avvocati. Bensì, la scelta è nata da fattori impulsivi. Ho sempre amato le storie di avvocati di successo, desideravo e immaginavo di diventare da grande un grosso avvocato newyorchese, un avvocato conosciuto soprattutto per la sua retorica e per la lotta a favore dei più deboli. Un gentile e ricco avvocato vincitore di innumerevoli class action. Durante gli anni universitari alternavo a letture di testi universitari di diritto, tantissimi legal thriller di qualsiasi autore mi capitasse a tiro. Mi davano la carica per non arrendermi alle difficoltà della materia e mi facevano sognare. Meraviglia delle meraviglie, sembrava che avessi attratto quel mondo. Ora ero un protagonista di un legal thriller. Fu così che il giorno dopo l'incontro scontro con Tancredi dovetti informare i miei clienti dell'accaduto per lavorare sul da farsi. Anche se è sabato mattina devo informare Saveri e tutto il Consiglio di Amministrazione. Abbiamo poco tempo e dobbiamo decidere il piano di attacco. Fino ad ora abbiamo giocato in difesa aspettando cosa avevano da proporci gli inglesi. È venuto il momento di agire. Prendo di corsa il cellulare e compongo il numero di Saveri. <>. È meglio non parlare troppo al cellulare quando si fa questo lavoro. Ad essere intercettati non ci vuole nulla. Indosso la tuta e vado a correre con Lucky, correre mi aiuta a pensare meglio. Alle 17 e 30 in punto squillano al citofono. Sono arrivati. Li faccio accomodare. <>, dice un po’ preoccupato Saveri. <>. <>, tuona Saveri, mentre sul volto degli altri compare un'espressione di autentico terrore. <>. <>, dice Fazio appena ritrova l'uso delle parole. <>, impreca Raia alzandosi subito in piedi, <>. <>. Ora inizio a non capirci più niente. <>, aggiunge frettolosamente Saveri senza, evidentemente, pensare troppo a ciò che sta dicendo. L'ira lo ha completamente accecato. <>, aggiungo cercando di calmare gli animi. <>, dice Fazio. <>, sghignazza Raia. <>. A questo punto Saveri sembra aver ritrovato tutta la lucidità che lo contraddistingue e che lo ha fatto diventare portavoce e punto di riferimento imprescindibile del Consiglio di amministrazione. <>. <>, rispose perplesso Saveri. <>, suggerisco prontamente prima che possano sorgere altri dubbi. <>, rispondono quasi all'unisono i tre. <>. Detto ciò, come è ormai consuetudine per quei tre grossi uomini di affari, si alzano e si accomiatano frettolosamente da me. La palla ritorna al sottoscritto. Devo chiamare Tancredi e notiziarlo. La cosa mi infastidisce non poco, dato che potrebbe scorgere in ciò qualche punto a suo favore. E a me non piace perdere. Non mi piace perdere mai e, quando non posso proprio evitare un litigio, mi piace avere l'ultima parola. Anche stavolta andrà così. Gli farò credere di avere quel piccolo vantaggio, il punto in più per la vittoria. Una volta abbassata la guardia gli darò il colpo di grazia. <>. Riaggancio. L’ho in pugno. Capitolo 8 La spia (Tancredi) Da qualche parte ho sentito dire che dormire poco fa male al cervello. Se questo è vero ho paura che le mie sinapsi neuroniche abbiano chiuso bottega circa un decennio fa. Non ho mai avuto l’abitudine di rimanere nel letto molte ore consecutive, anche se il letto in questione è uno dei più comodi nella storia dei materassi ortopedici. Alle otto del mattino, del giorno dopo la prima azzannata con Ferrari esco dalla suite dell’Excelsior e mi dirigo a lunghi passi verso il lungomare. Ieri la serata si è chiusa in bellezza. Dopo la semi rissa a colpi di ricatti e minacce con Ferrari, ho chiamato i miei genitori e passato con loro il resto della giornata tra lacrime e ricordi. Un figlio oltremanica lascia inevitabilmente un vuoto fatto di lontananza. Immagino che questo sia il prezzo da pagare per aver desiderato qualcosa che questa città non poteva offrirmi. Lo scorcio di paradiso dato da un mare all’ombra di un vulcano mi ridona una certa energia. Non sono un tipo atletico come Ferrari, ma amo camminare, spesso senza una direzione. Le persone sole lo fanno spesso e, per quanto il mio guardaroba possa far pensare diversamente, è esattamente quello che sono. Una persona sola. Quando sono atterrato all’aeroporto non ho chiamato nessuno per una semplice ragione. Non c’era nessuno da chiamare. Qualunque anima si potesse definire mia amica è stata lasciata alle spalle da una decisione che non aveva senso per nessuno, eccetto che per me. Un passo dopo l’altro sul suolo di una città che non sono mai riuscito a sentire come una patria. Incrocio passanti, coppiette, famiglie, ognuno con un bagaglio da portare, ma apparentemente felici di ciò che li circonda. <> <> <<È questa la tua città!>> Parole affrettate e recriminazioni continue mi hanno fatto salire su un aereo prima che potessi seriamente guardarmi alle spalle. Giunto ad un incrocio scelgo di lasciare la via principale e deviare per alcuni vicoli che, da bambino, adoravo esplorare insieme a mio fratello. Ricordo che le prime volte, speravo quasi che in quegli anfratti si trovasse una porta magica oltre la quale avrei trovato un nuovo mondo pieno di belle avventure. Naturalmente non ho mai trovato quella porta, ma in compenso ci ho trovato un paio di spacciatori che volevano assoldarmi come corriere. Le meraviglie di un’ infanzia in questa città. Non so come, la camminata procede spedita e di punto in bianco mi ritrovo a falcare verso il lungo vialone dove troneggia la mia vecchia facoltà di legge della Federico II di Napoli. La stessa università che probabilmente avrà frequentato Ferrari. È strano pensarci adesso, ma ad occhio e croce direi che abbiamo quasi la stessa età. È probabile che in un passato neanche troppo lontano abbiamo calcato gli stessi corridoi negli stessi momenti. Magari siamo stati anche compagni di corso. Chissà quante volte ci siamo incrociati in quelle aule senza prestare attenzione l’uno all’altro. Senza sapere che un giorno ci saremmo trovati sui lati opposti di un tavolo a darci battaglia. D’altronde le prospettive del futuro sono sempre diverse tra i banchi di scuola. Rimembro perfettamente di quante buone intenzioni intrise di etica era costellata la mia idea del domani. Di quanta ingenuità si condensasse nell’animo di un ventenne abituato a macinare libri e ignorare la vita reale. Una vita che ti viene sbattuta in faccia con enorme violenza una volta lasciate quelle mura fatte di esami e teorie. “Riccardo Ferrari”. Non lo confesserei ad alta voce neanche in un deserto a notte fonda, ma ho invidia di lui. Non riesco a pensarlo senza vederci quello che avrei potuto diventare se fossi rimasto. Senza vederci qualcuno che ha avuto il fegato di restare e lottare in questa giungla. Senza vederci qualcuno che si è rifiutato di fuggire come ho fatto io. Un uomo capace, testardo come me, ma con una differenza. Nella scia del suo cammino ha deciso di conservare un’anima. Nonostante abbia tentato di farlo cadere in mille provocazioni e minacce è riuscito a mantenere il controllo dei propri metodi. Ha scelto di preservare un’ etica che a me sarebbe mancata. Immagino non sarebbe molto contento di sapere che il foglio che gli ho messo davanti ieri mattina non era altro che un bluff ben orchestrato. Non ho e non ho mai avuto il trial clinico della Salus. L’importante era solo che Ferrari credesse che ce l’avevo. L’ovvia risposta a questo gioco non potrà essere che la convocazione degli Stati Generali della Salus per individuare la mela marcia responsabile del finto trapelamento di informazioni. Si scanneranno tra di loro alla ricerca di un uomo che non esiste e tra una tensione e l’altra, l’idea di un accordo si farà man mano più plausibile nelle loro menti. Inizialmente restii cercheranno di prendere tempo, di investigare, ma alla fine troveranno un pugno di mosche. Allora cercheranno di salvare il salvabile e scenderanno a miti consigli. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=40209047&lfrom=334617187) на ЛитРес. Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.
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